ORIZZONTE PORTFOLIO 2006

IO GIACOMO, CE LA FACCIO…


“Un amico nel cuore”

Trasformare l’impaccio d’un corpo in una figura eroica, mitica, ideale, come le sculture virili della Magna Grecia. Potrebbe essere questo il significato che l’opera di Badalà suggerisce ad una prima, sbrigativa lettura, ed il lettore potrebbe esserne pago: un risveglio lento, un ergersi faticoso, una presa di coscienza della realtà del proprio corpo, la forza muscolare che rimodella spirito e materia, lo sguardo frontale di sfida, il tutto in un bel bianco/nero dal tono basso, perfetto.
Immediatamente però, con il supporto d’una titolazione coraggiosa e pregnante, scopriamo che c’è un malessere esistenziale.
Salvo (l’Autore) ci appare subito come amico fraterno di Giacomo, egli non s’interroga sulle basi biologiche, psicologiche e sociologiche d’una “dipendenza” che ha portato l’amico alla disperazione, ma si allea subito con la volontà di Giacomo nello sforzo di rendere reversibile un meccanismo perverso. Tenta la strategia del “diario”, il diario della sofferenza cerebrale e fisica, un diario efficace, costruito, non attraverso parole disposte in guisa di fredda analisi, ma attraverso il linguaggio della fotografia che scandisce e sintetizza i tempi d’una lotta tesa a riscattare la dignità umana.
Può un siffatto diario costituire risposta adeguata ai bisogni d’una persona in cerca di sé e delle ragioni di vita smarrite?
È ciò che si sono chiesti Salvo e Giacomo prima di affrontare, insieme, questo tipo d’esperienza conoscitiva. Per questo, Salvo non esita a sospendere temporaneamente la ricerca storico-fotografica sulla cultura siciliana, cui è naturalmente vocato, per dedicarsi a Giacomo, registrarne il tenace sforzo di riscattare mente e corpo dalla voragine in cui è caduto e condurlo, infine, a fargli affermare, con pervicacia: “Io Giacomo, ce la faccio”.
Da solo? Forse si! Ma in virtù anche dell’aiuto morale di Salvo, l’amico del cuore.

Giorgio Rigon


Salvo Badala

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