Premio Le Gru 2014 – Cesare Colombo

Cesare Colombo - Premio Le Gru 2014

Cesare Colombo – Premio Le Gru 2014

 

Venerdi 13 giugno 2014, durante la cerimonia di inaugurazione della Manifestazione, è stato consegnato il Premio Le Gru al maestro Cesare Colombo. Milanese. Di Colombo è stato anche presentato il libro “La Camera del Tempo” scritto in collaborazione con Simona Guerra.  Il giorno successivo, Colombo ha tenuto una interessante lectio magistralis legata al tema della manifestazione, durante la quale ha raccontato la propria lunga esperienza e gli eventi che ha testimoniato con i suoi scatti.

Nato a Milano nel 1935. Figlio di artisti, si avvicina alla fotografia negli anni Cinquanta.  Per anni ha lavorato nell’ambito della fotografia pubblicitaria e industriale, non trascurando mai la ricerca personale.
Parallelamente all’attività professionale si è occupato di storia e cultura della fotografia curando numerosi volumi, tra i più importanti dell’editoria italiana, in collaborazione con grandi firme nazionali e internazionali come Susan Sontag, Italo Zannier, Piero Chiara, Gianni Berengo Gardin e Toni Nicolini.
Per lungo tempo ha diretto il servizio pubblicità della AGFA e tra le sue collaborazioni si possono annoverare anche quelle con Fratelli Alinari, Coop, Fototeca 3M Italia, Provincia di Milano e Touring Club Italiano.
E’ stato attivo anche nell’ambito dell’editoria periodica collaborando con le riviste “Fotografia”, “Ferrania”, “Foto Film” e “Camera”. 

Quella di Cesare Colombo è una storia molto particolare nell’ambito della fotografia italiana. Più di sessant’anni “nella e con la fotografia, nel senso ampio e democratico della diffusione delle idee”[1]. Questo il pensiero sul fotografo e sull’uomo espresso da Giovanna Calvenzi nell’introduzione di “Life Size. La misura della vita” uno dei pochi libri monografici, ma forse il più significativo, dedicati al Colombo fotografo.

“Pochi libri monografici dedicati alla sua opera” perchè la sua dimensione culturale e la sua attività editoriale e storico-critica hanno avuto un’importanza tale da far apparire meno significativo il resto. Ma così non è.
Cesare Colombo, infatti, ha saputo muoversi su due fronti, troppo spesso separati, della fotografia: quello della fotografia attiva e quello della cultura fotografica. Per questa duplice attività la sua “opera” ci ha affascinato a un punto tale da conferirgli il Premio Le Gru 2014.
Le sue fotografie sono sempre animate dall’intuizione dell’occhio e dall’emozione del cuore. Non appartengono prettamente al genere documentario, ma anche laddove la documentazione sembra assumere aspetto preminente, la sua sintesi visiva è sempre fortemente narrativa.
La sua predilezione per il vivere quotidiano[2] l’ha portato senza formalismi e vezzi modaioli a raccontare con intensa semplicità il mondo che lo circonda, con una particolare predilezione per la sua Milano, città della quale non coglie gli aspetti più banali e standardizzati, ma gli aspetti intimi, proprio quelli che raccontano l’anima di un luogo: una vera e propria “veduta interna”.
Questo racconto dura da una vita e a tratti è coinciso con la vita stessa del fotografo, sia nella dimensione personale sia in quella professionale. Ma “è possibile raccontare una città, e un così lungo tempo, con le fotografie?[3] Sembrerebbe un’impresa titanica, ma “Colombo sa cogliere l’anima mediocre della città, la sua operosità quotidiana non elegante”[4].
Credo che le parole di Roberta Valtorta riassumano mirabilmente la sua capacità di osservatore discreto, vicino alla gente ma mai invadente (di distanza media parla Giovanna Calvenzi), capace di creare una relazione significativa tra cose e persone. Capace di elevare Milano a metafora del mondo.
Pur nel rispetto di spazi e architetture, i protagonisti delle sue fotografie sono sempre uomini e donne, perché nel suo sguardo la città è per l’uomo e non viceversa. Nelle sue fotografie il tempo sembra trovare forma. Ogni singola immagine non ci racconta solamente la frazione di secondo che ci mostra, ma sembra vibrare, mostrandoci in maniera indiretta il prima e il dopo dello scatto: la rivelazione, il riconoscimento e l’incontro tra fotografo e mondo.
La fotografia come “misura della vita” (come il titolo del suo libro), il metro ideale per dare forma e sostanza a se stesso e a ciò che lo circonda. Nella sua proposta visiva Colombo ha sempre privilegiato l’etica all’estetica, l’essenza all’apparenza. Ciò non vuol dire che le sue fotografie non siano anche belle, ma sono soprattutto importanti.
Importanti perché testimoniano la sua umanità e la sua serenità, quelle di un fotografo mai attento alle mode, che è riuscito a creare una sua visione personale del mondo che è rimasta coerente nel tempo.
E di tempo dal 1953, anno in cui Colombo si avvicina alla fotografia, a oggi ne è passato veramente tanto. Ma il nostro fotografo continua a guardare il mondo collezionandone brandelli (collezionare fotografie è collezionare il mondo scriveva Susan Sontag[5]) che “cuce” insieme con attenzione e conserva in quello che la Valtorta ha definito un “album di famiglia che si allarga a una collettività”[6] e che ci mostra proprio quei “passaggi di tempo” cui quest’anno abbiamo dedicato il nostro festival.

3nzo Gabriele Leanza



[1] G. Calvenzi, Life Size. La misura della vita, Imagna, Bergamo 2009, p.9
[2] Cfr. C.Stajano, Una città per gli uomini, in C. Colombo, Milano veduta interna, Alinari, Firenze 1990, p.7
[3] R.Valtorta, Un album di famiglia collettivo, in C. Colombo, op.cit., Firenze 1990, p.151
[4] Ivi, p.152
[5] Cfr. S. Sontag, Sulla fotografia. Realtà e immagine nella nostra società, Einaudi, Torino 1977
[6] R.Valtorta, op.cit., in C. Colombo, op.cit., Firenze 1990, p.152

 

Un abstract di immagini dalla mostra: