VII BIENNALE D’ARTE FOTOGRAFICA LE GRU
“ La fotografia di Nudo”
Espongono
COZZI
Giovanni di Roma - IRRERA Mimmo di Messina - MAZZA
Malena di Milano - RIGON Gabriele di Vitorchiano (VT)
- RINALDI Fabio di Trieste - ROCCHI Roberto
di Roma - VIDOR Mario di Pieve di Soligo (TV) - ZUCCALA’
Roberto di Roma
Dal catalogo la presentazione
a cura di Giuseppe Fichera, Presidente G.F. Le Gru, e di 3nzo Gabriele
Leanza, Consigliere Nazionale FIAF.
La Fotografia
di Nudo
Il Consiglio Direttivo
del Le Gru ha deciso di dedicare questa edizione della Biennale alla
fotografia di nudo per rendere merito ad uno dei temi che ha affascinato
nel tempo tantissimi fotografi.
La fotografia di nudo insieme al ritratto e al paesaggio è uno dei soggetti
preferiti dai fotografi che, fin dall’antichità, hanno creato simboli,
narrato vicende, manifestato idee e sentimenti, così che il nudo ha
assunto un reale emblematico nell’arte.
Parlare di nudo significa prevalentemente parlare di donne e sappiamo
quanto l’argomento appare difficile e quante parole sono state spese
in questo delicatissimo tema.
La donna è un soggetto dalla mille sfaccettature, così interessante
da poter garantire fotografie di alto livello artistico estetico dove
la bravura e la sensibilità del fotografo possono spaziare dalla bellezza
alla sensualità rendendo omaggio alla grazia femminile. Ma nello stesso
tempo possiamo affermare che è un soggetto difficile, fotograficamente
parlando, poiché si corre il rischio di banalizzarlo o, ancora peggio,
“volgarizzarlo” e proprio per questo il nudo in fotografia è più difficile
che nelle altre arti figurative.
La fotografia di nudo dovrebbe rappresentare una passione, una sorta
di culto, dove il risultato finale deve essere una “creazione”, e proprio
per questo motivo non può essere affrontata con superficialità.
Possiamo affermare che tutti gli autori presenti in questa rassegna
sono fra quelli che hanno dedicato gran parte del loro lavoro alla suddetta
tematica e di conseguenza conoscono tutti i canoni per consegnarci delle
immagini di gran fascino.
La scelta degli autori, professionisti o meno, presenti in questa rassegna
è stata variegata per dare una visione quanto più ampia possibile del
genere fotografico. Le immagini che compongono la mostra sono intense,
a volte “erotiche”, a volte delicate e a volte “formali”, ma senz’altro
riescono tutte ad esprimere sensazioni e intense emozioni.
Per tutti i motivi sopra esposti un sentito ringraziamento va agli artisti
che hanno aderito alla manifestazione; ci rende davvero orgogliosi averli
ospitati a Valverde, perché attraverso le loro opere hanno dato lustro
alla manifestazione ed hanno reso onore all’arte fotografica.
Il Presidente
Giuseppe Fichera, Efiap
Pre-messa a nudo fotografica
Qualsiasi fotografo
è un voyeur: che faccia fotografie erotiche o altro è comunque un voyeur.
Si passa la vita a guardare attraverso il buco della serratura.
Helmut Newton
Esiste veramente la
possibilità di parlare di nudo fotografico, soprattutto in relazione
al nudo pittorico? Per “esistenza” intendiamo non solo la possibilità
di vederlo rappresentato in immagini, ma anche e soprattutto quella
di poterne discutere in chiave teorica per le sue particolari, se non
uniche, caratteristiche. Alla domanda si potrebberispondere facilmente
sostenendo la tesi, peraltro perorata da illustri studiosi, che la fotografia
è assoggettabile, come la pittura del resto, al
“macro codice storico” rappresentato dai generi. Quindi il confronto
con la pittura non solo non è evitabile, ma è anzi ampiamente auspicabile,
perché da esso, a ben guardare, sono scaturiti importanti cambiamenti
nel mondo dell’arte.
Se esiste un pittura di paesaggio, una di natura morta, una di ritratto
e una di nudo, inevitabilmente, soprattutto per il forte legame iniziale
che ha unito le due forme di rappresentazione, deve esistere una fotografia
di paesaggio, una di natura morta, una di ritratto e infine anche una
di nudo. Tale genere in fotografia, nonostante che per tutto il XIX
secolo sia stato regolamentato dai “canoni estetici imperanti nel mondo
della pittura” presto, grazie al mutamento rapido del concetto di erotismo
e alla emancipazione del linguaggio fotografico, si è affrancato conquistando
un proprio campo di azione.
Ma dopo tale autonomizzazione quali sono le differenze sostanziali,
se esistono, tra l’omonimo genere delle due forme visive? Una è certamente
rappresentata dal loro statuto semiotico: iconico quello della pittura
(rappresentazione per somiglianza) e indicale quello della
fotografia (impronta fotonica su un supporto, negativo o sensore che
sia). Tale differenza ha conseguenze devastanti sulla percezione delle
opere, perché muta profondamente la considerazione che abbiamo del prodotto
finale. Il mio ritratto pittorico, per quanto vicino a una pur vaga
somiglianza, sarà sempre meno connesso con il mio volto di quanto lo
possa essere il mio ritratto fotografico. Nel primo caso mancherà sempre
la forte “relazione in presenza” che è il presupposto
fondamentale della fotografia. Tale “relazione” è ancora più diretta
quando ci troviamo di fronte a un’immagine di nudo. E’ infatti inevitabile
pensare che quel corpo nudo, maschile o femminile che sia, sia stato
effettivamente tale dinanzi all’obiettivo del fotografo. Proprio per
questo la rappresentazione del nudo fotografico ha suscitato, soprattutto
alle origini della storia della fotografia, tanto clamore, nonostante
le immagini di corpi nudi, dagli statuari guerrieri greci a ritroso
fino alle rappresentazioni sessualmente iperconnotate delle Veneri preistoriche,
abbiano sempre accompagnato il nostro orizzonte artistico. Ma ognuna
di queste forme poteva essere frutto di un’idealizzazione operata dal
suo autore; la fotografia no! Se accettiamo la tesi di Argan, secondo
il quale la fotografia si pone non come “opera” ma come registrazione,
dobbiamo concludere che “se una fotografia di nudo risulta più provocante
di un nudo dipinto, questo accade perché, proponendosi come oggetto
concettuale anziché formale, la fotografia rimanda al momento vero della
ripresa, momento che mantiene intatto il fascino della verità, dell’esistito
e dunque del potenzialmente esistibile”.
Stabilita la vera differenza che c’è tra le due forme di rappresentazione
del nudo, non possiamo non chiederci quale sia il “valore” di questo
“genere” in fotografia. Jean Claude Lemagny, partendo dal presupposto
che “bellezza e desiderio si mescolano in una sensibilità
che appartiene a entrambi” ci propone due opzioni: quella sessuale e
quella estetica. L’esteticità del nudo si basa forse sul tentativo di
idealizzazione e di desessualizzazione del corpo (operazione più consona
alla pittura); del resto come scriveva Elizabeth Anne McCauley: <<Una
delle qualità principali dell’arte, forse la più importante, è la castità
[…] nell’arte non dovrebbe esserci più sesso che nella matematica>>.
Anche Eugene Disderi, uno dei padri del ritratto fotografico, lamentava
“la condizione inferiore della fotografia di nudo, individuandone il
principale problema nella scelta di un modello adeguato, che riunisca
in sé i tratti essenziali della bellezza figurativa e l’espressione
morale, serena e pudica”. Tale ricerca di serenità e moralità nel nudo
fotografico è però fortemente messa in discussione da tanti, tra i quali
Lord Clark sostenne la necessità di “combattere l’ovvietà e affermare
che nessun nudo, per quanto astratto, dovrebbe mancare di suscitare
nello spettatore una qualche sensazione erotizzante, anche solo un brivido
accennato. Se ciò non si verifica, si tratta allora o di cattiva arte
o di falsa morale”. Tale presa di posizione sottolinea fortemente il
valore sessuale del nudo fotografico o meglio dell’ostentazione della
sessualità presente in esso. La rappresentazione fotografica inaugura
quindi, e questa edizione della Biennale Le Gru ne è un esempio, un
rapporto inedito con il corpo, la carne e il sesso, ma non si presta
a una lettura unidirezionale all’indirizzo della stimolazione erotica
(differentemente dalla pornografia la cui visione, per dirla con Barthes,
è “unaria”), ma anzi diventa gioco visivo che innesca l’immaginario
e il desiderio, “nell’auspicio, più o meno esplicito, che l’immagine
divenga nuovamente carne, eros, e conviva con noi piena di grazia e
di verità”.
3nzo Gabriele Leanza
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