Galleria FIAF di Valverde

mostra tematica dal titolo

 

Arte nell'Arte
Il Teatro Stabile dell'Opera dei Pupi

 

 
 
 

Teatro stabile dell’Opera dei Pupi
Arte nell’Arte

Cosa c’entra il teatro dei pupi con la fotografia?
C’entra, quanto questa diviene arte nell’arte, quanto lo scatto diventa ripresa di momenti creativi irrepetibili, che non si possono raccontare o descrivere, ma si possono immortalare.
Forse molti non sanno che al primo piano del Centro Fieristico “Le Ciminiere” di Catania nell’anno 2001 è stato realizzato un teatro stabile dell’Opera dei Pupi.
L’opera dei Pupi rappresenta per eccellenza il teatro tradizionale della Sicilia. tra le principali tematiche trattate dall'Opra occorre ricordare che quella prevalente è la trattazione di soggetti cavallereschi. Le fonti principali per questo tema sono le Chansons de Geste ed il romanzo arturiano.Dalle Chansons de Geste deriva il Ciclo Caroligio che abbraccia un periodo storico che va dalla morte di Pipino il Breve a quella dell'Imperatore Carlo Magno.
Oggi i pupi Siciliani posseggono la più intensa carica della tradizione popolare nel teatro della figura italiana, non per niente nell’anno 2001 la cultura popolare ottiene dall’Unesco un prestigioso riconoscimento, il teatro dei pupi siciliano è stato dichiarato “Capolavoro del Patrimonio orale e immateriale dell’Umanità”, inserendo il teatro dei pupi nel patrimonio mondiale più degno di protezione.
La realizzazione del teatro stabile alle Ciminiere, ha avuto una gestazione particolarmente complessa. L’ideazione del progetto innanzitutto ha tenuto conto dei principi canonici della tradizione culturale, teatrale e scenografica italiana, ricollegandosi alla matrice stilistica pervenutaci dal patrimonio dell’Opera dei Pupi siciliana.
La struttura è composta dalla pianta a forma di “ferro di cavallo” o “lira”. attorno al perimetro del quale si collocano ad emiciclo un ordine di palchetti da teatro lirico. All’ingresso e sui lati della sala sono disposti grandi sipari in velluto rosso.
La pianta ripropone quella del Teatro Bellini di Catania, alla sommità della quale si affaccia il palcoscenico. La caratteristica della sala nasce dall’idea e dall’esigenza di coniugare insieme la tradizione teatrale con lo spazio architettonico moderno.
Tutto ciò ha contribuito a ricreare uno spazio adeguato che lo ponesse a confronto con le attuali esigenze, formulando così un vero e proprio teatro stabile consono al clima richiesto per la corretta messa in scena di spettacoli dell’Opera dei Pupi degni di tale nomi.
Il progetto teatrale di massima nelle varie soluzioni e modalità che si sono succedute non ha consentito di operare sulla carta tutti gli approfondimenti in dettaglio. Ciò va a tutto vantaggio di un più giusto contributo artistico.
Questo Spirito creativo estemporaneo che l’opera stessa ha richiesto è stato carpito dallo scatto osservatore di Sebastiano Cosimo Auteri, Nuccio per gli amici, che con la curiosità indagatrice che lo contraddistingue ha documentato le tappe salienti della realizzazione del teatro. Dalla fondamenta all’opera finita. Ogni foto contiene un’emozione creativa, una particella vitale del progetto stesso. Il focus è la capacità artigianale degli “operatori”, nella gestualità delle mani dell’esperto artista, i volti intensi, immersi nella creativa. Si noti come tutti i personaggi sono stati ripresi in uno stato di silenzio, tipico della ricerca fotografica di Auteri.
Singolare è la disposizione della sequenza delle foto, a canone inverso o anticronologico, dalla rappresentazione del teatro completato alla parete vuota.
Quando l’occhio si ferma alla prima foto, la mente ha un’onda d’urto, i sensi vengono catturati dal colore rosso porpora del velluto delle poltrone, delle tende. Il palco animato dalle battaglie tra cristiani e mori, ripropone la dolorosa sconfitta di Roncisvalle, in cui persero la vita, vittime di un’imboscata, il prode Orlando ed il saggio Oliviero, fino all’ultima foto, l’unica in bianco e nero della parete vuota e solitaria.
Quel vuoto che non è vuoto ma spazio silente, dove l’onda mentale si riposa per meditare per ascoltarsi. Due emozioni forti accompagnano dunque l’osservatore, la pienezza e la bellezza dell’opera finita e la parete vuota, nel tragitto mani sapienti si snodano, toccano, colorano, manipolano la materia informe, creano forme e giochi di luci riflettono la capacità tecnica e la scelta del momento dello scatto.

Giovanna Falsone

 

Il patrimonio epico

Ogni generazione cerca eroi cui ispirarsi, ma gli eroi hanno bisogno di un’iconografia che consenta di evocarne le sembianze, i caratteri, la spiritualità. A questa funzione soccorrono gli artisti ed i fotografi: i primi, conferiscono ai personaggi eroici quell’aura ideale che solo il tocco dei pittori e degli scultori può conferire, i secondi, documentano fedelmente ed appassionatamente ogni evento che, in qualche modo, attiene ai fasti eroici, epici, storici o leggendari.
In terra di Sicilia gli eroi che da sempre alimentano le passioni e la fantasia traggono ispirazione da antiche fonti storico-letterartie: le antiche “Chansons de Geste, il Romanzo Arturiano, l’epopea Carolingia, i classici poemi cavallereschi.
Da diversi secoli, i “Cuntastorie”, aedi vagabondi che con la voce suadente, calda, appassionata, spesso con accenti d’alta poesia, intrattengono patrizi e popolo all’aperto, illustrano grandi “cartoni” dipinti che raffigurano gli eroi carolingi, le gesta epiche dei Paladini di Francia, i guerrieri cristiani generosi, leali, forti in battaglia contro i Mori.
Ai “cuntastorie”, dei quali si ricordano ben pochi nomi, dobbiamo il merito primario d’avere tramandato di padre in figlio l’Arte del raccontar declamando, quasi cantando, cioè quel “corpus poetico” cui la “Opra dei Pupi” ha conferito, successivamente, dignità d’arte teatrale, fino al riconoscimento, dichiarato dall’UNESCO, di “Patrimonio Orale ed Immateriale dell’Umanità”.
Con il passare del tempo l’artista itinerante è diventato “puparo”, termine che sembrerebbe adombrare un mestiere umile, da artigiano del popolo che, invece, designa un artista, un comunicatore raffinato, un pittore-scultore fantasioso e geniale.
All’inizio del ‘900 l’interesse per il popolaresco e per le sue forme di vita spinge i dotti e la nuova classe borghese ad interessarsi di questo vivaio genuino delle patrie memorie. Allora l’Opra non è soltanto un passatempo, ma un cosa molto più seria che fa dire allo scrittore Ettore Li Gotti: “L’anima dei Pupi è l’espressione dei sentimenti e delle aspirazioni di giustizia di una classe sociale.”
Oggi questo patrimonio ha il proprio “tempio” ove l’arte “Orale e Immateriale” si esplica dinnanzi a platee d’un pubblico talmente spinto al coinvolgimento emotivo da essere indotto, non solo ad applaudire i Paladini e fischiare i Mori, ma, talvolta, persino a lanciare oggetti contro il pupo “traditore”.
Nel 2001, l’evento della costruzione di questo Teatro Stabile, dedicato esclusivamente alla “Opra dei Pupi”, è stato scelto, da Sebastiano Cosimo Auteri come soggetto privilegiato, da documentare in tutte le diverse fasi e tempi che ne hanno visto la realizzazione.
Una rassegna unica, irripetibile, di tipo documentaristico, realizzata con passione ed amore nei confronti d’una cultura atavica e delle persone che, con altrettanta passione, la tramandano, la proteggono, l’arricchiscono con le opere dell’arte e dell’artigianato. Il patrimonio orale si sostanzia e si materializza nei manufatti scultorei ed, ora, si radica territorialmente in un’opera architettonica.
L’itinerario fotografico di Auteri si svolge lungo il tempo e gli spazi che il cantiere del teatro percorre dall’inizio alla fine. L’Autore, tuttavia, nell’ordinare la sequenza delle proprie immagini, non segue lo sviluppo cronologico delle operazioni, né quello tematico. Egli ci propone, come prime fotografie della rassegna, quelle che, secondo i canoni consueti del raccontare per immagini, dovrebbero essere le ultime: il teatro completamente realizzato, i costruttori e le maestranze che vi hanno operato immersi nell’atmosfera calda d’uno spettacolo già iniziato, assistono al duello tra un eroe cristiano ed un moro. I due Pupi, riccamente vestiti ed armati secondo i canoni della scuola catanese, li vediamo muovere con la loro gestualità maestosa e cadenzata, dinnanzi ad un paesaggio magistralmente dipinto, la cui prospettiva crea l’illusione d’uno spazio infinito che ci porta fuori da quello angusto, del palcoscenico e del boccascena. Queste prime fotografie sono la visualizzazione concreta del miraggio che progettisti, artigiani ed operai hanno tante volte sognato durante l’arco di tempo che va dalla concezione dell’opera al suo perfezionamento.
A questa visione iniziale di “lavoro finito”, seguono le immagini che descrivono, con grande attenzione ai dettagli, le molteplici operazioni che gli artigiani muratori, falegnami, carpentieri, pittori, scultori, decoratori, cesellatori, sarti ecc., hanno sviluppato per mesi, forse per anni, fino alla realizzazione completa del progetto. Un’ampia documentazione della comune operosità ove gli artigiani non sono suddivisi per categoria ma ci appaiono in un’alternanza di operazioni e di mansioni, ad indicare l’armonia perfetta, il coordinamento e l’amalgama degli impegni individuali tendenti tutti al comune traguardo finale: il raggiungimento della perfezione.
Non sappiamo se la Scuola Palermitana dei Pupi abbia realizzato un teatro stabile simile a quello catanese, né se un buon fotografo lo abbia celebrato con lo stesso amore e partecipazione umana di Auteri, ma ci piace pensare che la cultura dell’emulazione ed un nobile spirito competitivo tra le due scuole non possa che arricchire questo patrimonio d’Arte e di Poesia.

Giorgio Rigon

 

Teatro di figure, persone ed icone (teatro di legno, ferro e suoni).

Il personale ricordo del mondo dell’Opera dei Pupi non può prescindere dal racconto che ne faceva mio padre negli anni della mia infanzia.
Attribuendosi sia il ruolo del “parlante” che quello del “maniante”, in un improvvisato teatrino sorretto dalle spalliere di due domestiche poltrone, sciorinava davanti ai miei occhi stupiti quanto di meglio aveva ascoltato dagli autentici “pupari”, in Catania, nel teatrino Machiavelli o in sale improvvisate presso cortili non meglio identificati.
Erano frammenti di racconti che con fatica collegavo alle storie autentiche ancorché il Carlo Magno di cui sproloquiava era il medesimo dei libri di storia come pure la battaglia di Roncisvalle o la guerra contro il Moro invasore.
Ma nei libri non riscontravo la passione che egli metteva nel ricreare una plausibile battaglia, nè ravvisavo la particolare enfasi con la quale accentuava l’impeto di un duello e, meno che mai, ritrovavo le note d’amore per la bella Angelica o per la mora saracena.
Ciò che mi coinvolgeva di più era l’apparizione di Gano di Magonza, il guerriero traditore, spergiuro e sleale nei cui confronti, sempre a memoria di mio padre, si accaniva anche il pubblico il quale gli prometteva sonore bastonate alla fine dello spettacolo ed, occorrendo, anche un’assestata coltellata nel bel mezzo della rappresentazione.
Raccontava mio padre che il “pupo” infame fu visto, talvolta, annegato nella fontana all’angolo della strada e nulla poteva il povero puparo per difenderlo dagli spettatori inferociti che, invero, proprio lui aveva maliziosamente e sapientemente provocato.
Più avanti negli anni, prezioso contributo alla comprensione di questa “partecipata magia teatrale” fu la lettura di Jerry Mangione, giornalista a seguito delle truppe americane sbarcate in Sicilia, che di queste vicende (che poi erano state anche quelle dei suoi padri) fece delizioso ritratto.
Ebbi modo di raccontarlo a Giuliano Scabia, Premio Pirandello, edizione 1978, mio ospite durante la permanenza in Sicilia insieme ai suoi compagni di teatro e di avventura e l’’illustre studioso m’introdusse – lui padovano, a me siciliano – nei misteri di questa nostra tipicità teatrale, per niente povera e tanto favolosa quanto straordinaria.
Capii così cosa significava un braccio alzato verso destra piuttosto che a sinistra, un volto che si inchinava o un ginocchio che si piegava. Compresi l’interazione tra la voce dell’operante ed il gesto del pupo. Ancor più, penetrai nel misterioso colloquio del puparo con il suo pubblico: la lenta provocazione della curiosità, dell’attesa e dello stupore; la spinta programmata verso l’identificazione di un eroe per il quale parteggiare e soffrire; l’invenzione di una storia “decente”, costruita su un comprensibile confronto tra il bene ed il male, senza troppe ambiguità e filosofie.
Cercai di recuperare il tempo perduto leggendo dei grandi pupari di un tempo, fotografando i loro pupi, paladini e non, colloquiando con i grandi studiosi della materia e soprattutto incontrando i grandi pupari che ancora, in Palermo ed a Catania, continuano a mantenere viva la tradizione e la diversità delle due scuole teatrali.
A Mimmo Cuticchio ed ai fratelli Napoli dedico, pertanto, queste mie note redatte nella circostanza della presentazione delle immagini fotografiche realizzate da Sebastiano Cosimo Auteri, poiché ritengo che, se non ci fossero ancora la creatività del primo e la perseveranza dei secondi, rimarrebbero inascoltate le richieste delle nuove generazioni e degli studiosi di conoscere questo fare teatro così particolare.
Rimando per ogni riferimento bibliografico a: M. Buscarino, Dei Pupi, Milano, 2003.

Il lavoro di Auteri coglie un particolare momento della odierna vicenda del “teatro dei pupi” ovvero l’allestimento presso il Centro Culturale Le Ciminiere della Provincia di Catania di un teatro stabile dove disporre di uno spazio progettato con richiami ai grandi teatri etnei, opportunamente attrezzato, in un contesto funzionale alla custodia dei vecchi fondali e degli antichi pupi come dei nuovi.
L’Autore non intende fornirci dei “ritratti” di queste sicule marionette, né fare opera di archiviazione o documentazione, piuttosto ci spinge ad uscire dall’atto teatrale e guardare invece alla sua potenza. Per adesso le corde pirandelliane di cui ogni pupo è dotato sono una, anzi devono ancora assumere forma.
Raccoglie, pertanto, l’espressione dell’operante puparo nel momento in cui l’istituzione pubblica, riconoscendo la sua funzione culturale, l’omaggia costruendo, attorno al suo antico lavoro, il sogno di un teatro nuovo.
Il suo fotografare diventa così l’occasione per assistere all’evoluzione concreta e reale dell’aspirazione di tutti gli antichi pupari ovvero la crescita attorno ai loro progetti - segnati sui fondali, sul metallo, sulla stoffa - di una cittadinanza che accorre verso lo spazio eletto per ascoltare e cercare, insieme, dove stanno di casa il valore, il sacrificio, la giustizia.
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Nel sottolineare la varie fasi di questa costruzione l’Autore riannoda il suo operare con una costante presenza nella cultura siciliana: nell’isola, infatti, contiamo un numero rilevante di teatri costruiti dai nostri antenati greci e romani ed altrettanto numerosi sono quelli che, nella Sicilia barocca resuscitata dopo gli eventi sismici, si sono realizzati con dovizia e ricchezza.
L’incipit della sequenza fotografica del nostro autore raccoglie il senso di questa costante presenza e la collega alla natura dell’atto fotografico. L’inizio della vicenda/spazio teatro, colta quasi di sorpresa, da una ragionata distanza, è l’odeon ovvero il vedere, ovvero ancora il fermarsi di uomini e donne che, per qualche ora, lasceranno il lavoro e guarderanno con attenzione quello che altri uomini e donne produrranno mettendosi in gioco con domande e risposte, con trame ed invenzioni, con musiche e maschere. Attori e spettatori si confronteranno, proprio su quelle tavole, sul senso della vita così come oggi i falegnami, gli elettricisti, i tappezzieri.
Le attuali figure (umbrae), dicono le fotografie, diventeranno persone e si trasfigureranno in icone.
Per semplificare: i ”gesti teatrali” che s’erano spostati dai palcoscenici ed erano finiti sulla strada, o dentro le nostre case o nelle memorie dei computer, ritorneranno sui palcoscenici e si riprenderanno il loro tempo perché troppo velocemente tanto ne è passato e, spesso, non si è fatto in tempo a capire ciò che abbiamo vissuto.
L’Autore ci avverte, allora, che occorre tornare sul palcoscenico nuovo anche perché siamo coinvolti ed anche perché se abbiamo scoperto che costruire un teatro è cosa assai importante è proprio perché abbiamo intuito che la cosa ci riguarda e ci appartiene.
E proprio all’inizio di questa prospettiva sta l’odierno risultato fotografico di Auteri raccolto nel silenzio del legno e del velluto, “nell’insostenibile leggerezza” di cavi, corde e lampade, nei segni di un’attesa, di una promessa, di un accadimento.
Un silenzio rumoroso – scusate l’ossimoro - che sospende in una dimensione quasi “metafisica” anche il normale lavoro di installazione e di rifinitura.
A rafforzare questo silenzio contribuisce l’equilibrata disposizione dei volumi compositivi, la proporzionata proposta dei piani e, con essi, la buona distribuzione delle masse dei colori.
Tra gli elementi compositivi si muovono con discrezione i pochi ma qualificanti elementi espressivi correlati al gesto del lavoro, ai risultati del medesimo e, di rimando, agli uomini con le loro idee e la loro arte.
Ma, mutuando dal linguaggio aristotelico, tutto questo, come dicevo, è solo potenza di un atto che è ancora da venire, e che verrà solo quando giungerà la partecipazione ed il confronto.
Quanto intravisto e fotografato è, infatti, solo il germe di ciò che avverrà, di quando proprio quel silenzio che avvolge adesso sagome, luci ed ombre dovrà essere spazzato via da gente, vecchi e bambini, che faranno propri i frutti di quest’installazione e cominceranno nuovamente ad interagire con quanto rappresentato.
Ed allora il senso del fotografare incontrerà il senso del fare teatro e, forse, in esso, si dissolverà.

Pippo Pappalardo

   
 
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