Io non credo ai fantasmi, nel senso un po' anglosassone di una presenza fisica di entità irreali nella realtà quotidiana di una casa, di uno spazio. Credo però che i luoghi conservino in maniera prepotente la memoria dei vissuti, e i fantasmi con cui conviviamo sono la rimozione o la non rimozione dei ricordi, che restano lì incollati alle cose come le loro ombre. Per questo, fotografando casa Colombo, avevo la sensazione di rincorrere i fantasmi di un luogo assolutamente ordinario, una casa che può essere quella di chiunque. E dove, come nelle case di chiunque, si sommano i piani temporali, si sovrappongono i vissuti e ci si sforza di cambiare o mantenere, mantenere o cambiare. E' un leopardiano quasi involontario evocare il ricordo, demonizzare il futuro, e partecipare del moto ciclico e perpetuo della natura umana, che fa e disfa secondo regole ancora incomprese.
Le stampe fine art che compongono la mostra sono il segno fotografico di un pomeriggio trascorso a casa Colombo, una casa normale di un piccolo paese del Varesotto, Daverio, abitata un tempo dal pittore Adelio Colombo, scomparso agli inizi degli anni '80, e oggi dalla figlia, la signorina Giovanna.
Adelio Colombo era il pittore del villaggio, negli anni '50 e '60, modesto, ma di genio, che ha fatto quadri di grande bellezza, mai valorizzati dal mercato dell'arte, e dunque per tutti, tranne che per i Daveriesi, un illustre sconosciuto. Avrei dovuto fotografare un suo quadro, per ottenerne una riproduzione che illustrasse la copertina di un libro, e il fabbro Ferdinando si era messo a smontare la vecchia cornice. E' bastato quel gesto, e mi sono a poco a poco reso conto che il luogo resuscitava per me meravigliose sensazioni e interessi, e che in quel pomeriggio casa Colombo stava rappresentando coi suoi oggetti ordinati sulle mensole, coi vecchi quadri lasciati negli angoli, con i personaggi di Giovanna e Ferdinando che ci lavoravano attenti, qualcosa che andava oltre il mero ricordo di un vecchio artista di paese.
Casa Colombo stava diventando quel pomeriggio, non so per quale alchimia, un po' il mio microcosmo spazio-temporale, una Dublino di Joyce in piccolo, una passeggiata fotografica nel paese di Lewis Carroll, la casa di Swann e persino la mia Yosemite, quella scala di ferro battuto piena di quadri dove salivano i momenti.
La sfida che mi ponevo era quella di fotografare il tempo di quella casa e degli oggetti, non il loro essere in sé, la loro fissità per cosi dire morale dentro uno spazio e dentro una vita, ma il loro trascorrere insieme al tempo, quasi che gli oggetti della quotidianità fossero fluttuanti e animati, come dentro i sogni dell'avvenire e dentro i ricordi. Volevo sentire e rappresentare ogni oggetto di casa Colombo come in movimento, nel flusso del ricordo e in quello della quotidianità, e dunque mescolare tematicamente la casa di oggi, quella vissuta e abitata dalla signorina Giovanna, coi piccoli monumenti di ieri, quel che restava dello studio e del lavoro del pittore Adelio Colombo.
Da un punto di vista strettamente tecnico, la soluzione l'ha offerta il mezzo, la fotocamera stessa. Ecco, se devo fotografare il tempo degli oggetti, per prima cosa devo riflettere sul tempo fotografico della ripresa e cogliere dentro un processo tecnico la dinamica concettuale di base. Ho pensato che la minima idea di tempo che costruisce tutta la nostra percezione del divenire è “il secondo”. Ho pertanto deciso di impostare un secondo nell'otturatore, sempre e indipendentemente dal soggetto o dalle condizioni di ripresa, e fotografare a mano libera. Cosi tra le mani e nel corpo macchina si sente distintamente e intensamente il tempo che scorre, e un secondo diventa lungo e denso, raccoglie gli oggetti, le luci, i movimenti esterni e i movimenti involontari e volontari delle mie mani. Mi sono messo a rincorrere gli oggetti e le persone, la signorina Giovanna, il fabbro Ferdinando che smontava i quadri, le vecchie cornici e la scala di ferro battuto, con una fotocamera che tra le mani si era trasformata in una piccola macchina del tempo. Le immagini uscivano sfocate, i piani sovrapposti, le ombre e i muri pieni di segni, i volti sfigurati nei tratti, gli oggetti non più significanti per il loro essere tali, ma chiamati dentro una situazione fluttuante. In questo senso la fotografia a casa Colombo è stata una esperienza di tipo filosofico, e la continuazione per immagini di un percorso incominciato da tempo in un libro pubblicato qualche anno fa, che conteneva un poemetto in verso dal titolo “Meno di un secondo”. L'uso concettuale dello strumento, e non solo rappresentativo e nemmeno evocativo di estetiche personali o curiose visioni delle cose, ha per me un grande valore e mi consente di concepire la fotografia come uno spazio molto mobile e molto aperto. (Roberto Caielli )
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