
Virgilio
Bardossi : uno sguardo “à fleur d’eau”
(dalla presentazione dell’omonimo libro)
Virgilio Bardossi è un fotografo assai bravo, uno dei migliori fotoamatori
italiani con un curriculum invidiabile, ricco di premi e onorificenze.
La sua specialità è il reportage; ha fotografato fatti e persone
in ogni parte del pianeta distinguendosi sempre per il rispetto
e la partecipazione con cui osserva la vita e le cose.
E’ nato a due passi da Firenze, a Fiesole, e forse questa vicinanza
lo ha ispirato per interessarsi alle vicende di un’altra bellissima
città che con Firenze ha molto in comune, Venezia.
Non solamente per la storia, entrambe grandi Signorie, non solo
per le opere d’arte di cui sono ricchissime ma anche per fatti relativamente
più recenti e cioè la grande alluvione che nel 1966 le colpì duramente.
A Firenze fu l’Arno a portare la distruzione, a Venezia fu l’” acqua
alta”, anzi l’“ acqua granda” cioè altissima come mai s’era vista
prima, a seminare paura e danni.
Un fatto eccezionale che modificò radicalmente il rapporto tra i
veneziani e l’elemento con cui convivono da milleduecento anni.
Prima di quel famoso 4 novembre 1966 l’acqua alta era poco più che
una bizzarrìa meteorologica, un evento se non piacevole quanto meno
curioso e sopportato che permetteva ai veneziani di andare in barca
per le calli e arrivare a remi sino alla magnifica Piazza; certi
scorci veneziani sotto due dita d’acqua assumevano una connotazione
fantastica come se veramente le case sorgessero direttamente dal
mare.
Poi, dopo sei ore al massimo ( tale è la durata di ogni marea),
l’acqua si ritirava e i veneziani, ripuliti i pavimenti dei negozi
e dei pianterreni riprendevano la vita di sempre.
Ma quella del ’66 fu una marea eccezionale per altezza, un metro
e 92 cm, e per durata, ben diciotto ore; per la prima volta nella
loro millenaria storia i veneziani ebbero paura, compresero che
l’amichevole sodalizio con il mare si era spezzato per sempre.
Da allora le “ acque alte” si ripeterono con frequenza assai ravvicinata;
si capì che il mare avrebbe potuto riprendersi quei lembi di terra
che gli erano stati strappati nel corso dei secoli dall’alacre ingegnosità
delle genti venete.
Oggi, grandi progetti sono stati concepiti per “salvare” la città
non solo dalle alte maree ma anche dal contemporaneo fenomeno della
subsidenza e dell’innalzamento del livello marino; opere gigantesche
che richiedono molto tempo e molto denaro.
Nel frattempo tutto il mondo che ha a cuore questo miracolo di marmo
e di pietra s’interroga sulla sua sorte e segue con apprensione
il suo confronto con il mare.
Tuttavia i “foresti”, cioè gli ospiti occasionali che hanno la ventura
di imbattersi in questo singolare fenomeno inevitabilmente ne colgono
soltanto l’aspetto più immediato e ludico, sguazzandoci dentro con
gli stivali o a piedi nudi, sentendosi partecipi di un accadimento
unico, affascinante e coinvolgente; solo la fotografia, strumento
di sintesi visiva per eccellenza, lo può interpretare ed esprimere
meglio di ogni altro mezzo.
Chi può descrivere il riflesso del cielo e dei marmi sull’acqua,
lo sciacquìo dei passi nelle calli silenziose, l’improvvisa mancanza
di riferimenti tanto da farci perdere la percezione della dimensione
solida e pensare quasi di vivere in una novella Atlantide riemersa?
La fotografia, specie se affidata alla mano e alla mente di un abile
fotografo, può rendere tutto questo e più ancora accentuare il senso
di magìa che, fatalmente, viene evocato.
Bardossi, dopo un primo occasionale incontro con l’acqua alta, ha
pensato bene di descriverne anche gli aspetti meno evidenti, quelli
che il turista frettoloso e superficiale non può percepire, insomma
la vita vissuta dai residenti per i quali, bisogna pur dirlo, l’acqua
alta rappresenta ormai più un problema che un estemporaneo diversivo.
L’obiettivo di Bardossi inizia la sua avventura nei siti monumentali
più noti, la Piazza, le Procuratie, Palazzo Ducale che per la loro
quota sottozero sono i primi ad essere allagati: i turisti si aggirano
fra passerelle e colonnati proteggendo le gambe con ogni sorta di
stivali dalla consistenza talvolta precaria; molti, con coraggio
o incoscienza, preferiscono muoversi a piedi nudi senza sapere che
l’acqua alta nasconde molte insidie per la salute.
Ma Venezia val bene qualche rischio.
Qualcuno si bacia sotto i cavalli di San Marco, altri siedono nei
caffé a leggere il giornale oppure si spingono sulle passerelle
sino a rischiare un tuffo, insomma un esibizionismo divertito che
Bardossi non manca di registrare.
Poi l’attenzione si sposta nei negozi: alimentari, gioiellerie,
abbigliamento, tutto è allagato; una par condicio che non risparmia
nessuno. L’acqua penetra dappertutto, silenziosa e implacabile,
sembra non recare danni eppure lentamente imbeve pietre e mattoni;
l’umidità e la salsedine corrodono e sfarinano senza sosta.
E’ la grande lotta che Venezia conduce da sempre per la sua sopravvivenza.
Il rapporto dei veneziani con l’acqua alta assume aspetti particolari
nel grande mercato di Rialto, il più vivace e tradizionale della
città.
I clienti attendono pazientemente il loro turno dinanzi ai banchi
del pesce e della verdura mentre le onde provocate dal passaggio
delle imbarcazioni in Canal Grande s’infrangono contro gli stivali;
riempiti i capaci carrelli, dovranno salvare la spesa a forza di
braccia sino all’approdo del più vicino vaporetto.
Bardossi si concede anche una divagazione estetica; pone l’obiettivo
“à fleur d’eau”, a pelo dell’acqua, cambiando il punto della prospettiva.
Venezia sembra sul punto di inabissarsi o, se si vuole, sembra emergere
per la prima volta; le trine di marmo di Palazzo Ducale si dissolvono
a contatto con le onde.
L’obiettivo diviene l’occhio di un naufrago che vede emergere dai
flutti la terra agognata, un miraggio che assume i contorni della
realtà.
Infine c’è la notte. Senza la luce del giorno e rarefattasi la presenza
umana, l’atmosfera ha qualcosa di angoscioso; sotto la flebile illuminazione
dei lampioni, lo scintillìo dei negozi si smorza nell’elemento liquido
che sembra sul punto di inghiottire tutto.
Le gondole si agitano e sobbalzano, una fantastica figurina bianca
si libra veloce sopra i flutti.
Immagini emblematiche e significative colte da un osservatore attento
e partecipe quale Bardossi si conferma; non c’è compiacimento o
narcisismo, ma la volontà di raccontare secondo le proprie sensibilità
e capacità espressiva una situazione unica al mondo, la convivenza
dell’uomo con gli elementi naturali e i mutevoli aspetti che essa
assume.
L’Autore, con molta modestia, ha chiesto a me, veneziano di nascita
e di radici, di commentare e accompagnare la sua fatica.
Non l’avrei fatto se non avessi capito il senso amoroso di questo
lavoro, se non ne avessi apprezzato le premesse ideali prima che
artistiche, se non avessi creduto che anche questo libro può portare
nel mondo un’ulteriore testimonianza di quanto sia importante la
salvezza fisica della città e al tempo stesso la presenza costante
e assidua dei residenti senza i quali nessuna diga, nessuna difesa
ha senso.
Manfredo Manfroi
Venezia 5 marzo 2005
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