Per questi uomini, per queste donne di Pippo Pappalardo.
Vuoi cominciare a esaminare uno dei tanti problemi connessi con i fenomeni d’immigrazione del nostro paese? Comincia, allora, a domandarti come intendi accostarti a questa realtà. Sappi che ti si chiede molto, anzi moltissimo.
Ti si chiede di capire cose difficili da accettare per la tua pigrizia e, ancora peggio, per la tua indifferenza.
Ti si chiede, ad esempio di sapere da dove vengono questi uomini e queste donne e scoprire magari che non sai niente, ma proprio niente, di geografia e, conseguentemente, non capisci quanta distanza è stata percorsa per giungere fino a casa tua.
Ti si chiede di capire perché questi uomini e queste donne non hanno niente con loro e, magari, accorgerti che ti sei distratto nell’attenzione verso questo pianeta dimenticandoti che le persecuzioni esistono ancora, le malattie pure e la fame, sì la fame, esiste ancora (alla faccia dei cenoni di capodanno buttati nella spazzatura).
Ti si chiede, anche, di capire quale “dio” invocare insieme, e quale gesto, segno o simbolo tracciare per allentare la paura, per vincere la diffidenza, per stringerci con le mani non più protette da guanti igienici.
Ti si chiede, ahi, ahi, di tenere la porta aperta e di aggiungere un posto a tavola.
Sono domande apparentemente semplici ma, alla prova dei fatti (e dei sentimenti), straordinariamente complesse. In altri termini: chi sono gli immigrati e perché sono arrivati? com’è governata l’immigrazione nel nostro paese? cosa, insieme, speriamo di fare e come intendiamo convivere? cosa significa assimilazione? cosa significa esclusione? come suonano le parole degli italiani (e di chi li governa)?
I sociologi più attenti ci avvertono, e da tempo, che per dare risposte sensate a queste domande dobbiamo sgombrare il campo dagli stereotipi e dai pregiudizi e che solo dopo avere ricostruito il quadro delle politiche migratorie passate e presenti del nostro paese possiamo incominciare a tratteggiare i contorni di una realtà composita destinata ad incidere sempre di più su tutti gli aspetti della nostra vita economica e sociale.
Tanti anni d’esperienza - tra contatti ed incontri, tra diffidenze ed indifferenze - non ci hanno ancora permesso di stringere l’analisi sull’importanza del fenomeno, sulla sua ineluttabilità e sul nostro dovere di cercare un possibile… benvenuto.
Occorre, ancora una volta, ricominciare daccapo e riconoscere la necessità di penetrare meglio in questo nostro atteggiamento ed ad interrogarci sui tanti luoghi comuni e sui pregiudizi che già vorrebbero farci ritenere certe etnie più oneste e più diligenti di altre (il che è puro razzismo).
Gli emigranti italiani ebbero i loro fotografi: freddi e burocratici come gli operatori di Ellis Island dentro il porto di New York, o attenti ed emozionati come i celebri Lewis Hine o Jacob Riis. Gli emigranti odierni hanno, invece, l’attenzione delle nostre televisioni pronte a turbare un momento di intensa emozione, sollecite a ingigantire il dramma al di là del suo già oggettivo significato, incapaci di comprendere che la volontà di documentare spesso diventa, per questi uomini e per queste donne, umiliazione aggiunta, paura di essere identificati da chi vuole la loro morte, mancanza di un legittimo pudore.
Anch’io ho la mia responsabilità fotografica: ho fotografato cadaveri spiaggiati e, poco distanti, bagnanti e vacanzieri; ho visto cimiteri di barche clandestine e vi ho letto i segni dei nuovi “caronte” del nostro mare; ho constatato, con l’aiuto delle forze di polizia, la viltà e l’ipocrisia di tanta gente del Mediterraneo, culla delle civiltà, pronta a chiudere gli occhi e girare le spalle. Ho regalato le immagini ai centri di accoglienza, a futura memoria, e ho cominciato a guardare da un’altra parte.
Che senso hanno, allora, per me, per voi, queste immagini di Carmelo Crisafi? In che direzione va il suo reportage fotografico? Quale volontà rappresentativa vogliono incanalare? Cosa aggiungono di nuovo alla nostra speranza (se lo aggiungono)? Proviamo a rispondere.
Innanzi tutto un sufficiente rispetto che sa rapportare lo sguardo quando si accosta la singola persona o il suo gruppo o la sua famiglia (e dico persona e non individuo).
Poi, un’attenzione tutta particolare ai momenti difficili (ancorché trovati) di serenità, di scambio di sorrisi (per scacciare la lacrima?), di gioco, di scherzo, alla ricerca, quindi, della buona volontà. E di rimando, ed indirettamente, l’attenzione al documento, ai segni dell’etnia, dell’età, dell’incontro e del confronto. E, quindi, l’azione di soccorso, di accoglienza, di ospitalità, di assistenza. E se le navi, le divise, i pacchi di prima di necessità parlano istituzionalmente, ecco che lo sguardo rivolto ai bambini capovolge forma e freddezza per suscitare benevolenza, solidarietà. Ma, sullo sfondo, i cancelli rimangono e, qua e là, gli sguardi sono lontani e già chiedono quanto durerà.
Durerà fino a quando avremo forza di guardare e non cederemo alla tentazione di girarci dall’altro lato.
Durerà fino a quando la nostra attenzione visiva non sarà giustificata dalla nostra vanità fotografica ma sarà motivata dalla forza di questo incontro.
Durerà fino a quando sapremo dire, prima, cosa abbiamo visto, poi, come l’abbiamo visto e, infine, perché l’abbiamo voluto condividere con gli altri.
Carmelo Crisafi mi conforta in questa prospettiva fatta di discrezioni ed intrecci, tra volontà di capire e necessità di aiutare, fatta di ritratti e di scene intime, fatta soprattutto di vita che continua. Ed ancora, fatta non per noi che guardiamo tranquillamente, ma soprattutto per chi, nei giorni futuri, guarderà per capire se siamo stati coerenti con “i nostri occhi, col nostro cervello e con il nostro cuore”.
Pippo Pappalardo
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CARMELO CRISAFI è nato nel 1959 a Catania dove vive.
Sin da giovane si accosta alla fotografia.
Nel 1995 costituisce, insieme ad alcuni amici, il Gruppo Fotografico “Le Gru” di Valverde (CT) partecipando intensamente all’attività organizzativa e fotografica.
Nell’ambito del Gruppo Fotografico Le Gru riveste la carica di Presidente dei Revisori dei Conti dalla costituzione a oggi.
Aderisce da subito alla FIAF e alla FIAP.
Nel 2008 nell’ambito del 60° Congresso Nazionale della FIAF che si è svolto a Chiavari (GE), gli è stata conferita l’onorificenza di BFI (Benemerito della Fotografia Italiana) per meriti organizzativi nelle manifestazioni a carattere nazionale.
Il genere fotografico che preferisce maggiormente e il reportage e il paesaggio con cui ha partecipato a vari concorsi fotografici e mostre in Italia e all’estero.
Sue opere sono state pubblicate su libri e riviste del settore e alcune di essi si trovano presso la Fototeca Nazionale Le Gru.
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