Mitologia e natura umana - Il maiale, vittima sacrificale di Giuseppe Fichera
Eufemismi e natura umana
Riflessioni sull’opera fotografica “Il maiale” di Giuseppe Fichera
“Pascere le pecorelle” o “le pecorelle smarrite”, due locuzioni, sì dolci a pronunciarsi ed armoniose, che ci offrono il conforto dell’insegnamento di Cristo o c’introducono nell’idilliaco, fantastico ambiente pastorale. Chissà perché non ci viene da pensare al destino finale di queste pecorelle, alla funzione di carnefice che il buon pastore, tutore del proprio gregge, un bel giorno sarà chiamato ad assolvere, interrompendo cicli vitali con selvagge uccisioni, sanguigne macellazioni e fornitura commerciale degli agnelli sacrificati alle mense di Pasqua.
La Mitologia e le Scritture ci parlano spesso di vittime sacrificali: c’è un Angelo che ferma la mano di Abramo in procinto di sacrificare il proprio figlio, ci sono Dei che sottraggono Ifigenia al pugnale del padre ma, per sancire l’ineluttabilità del sacrificio, al posto delle vittime umane, saranno sgozzate altre creature animali.
La storia letteraria ha sempre utilizzato eufemismi che, pure sottendendo gli aspetti più truci e brutali di un’uccisione, le conferiscono una fatale connotazione di nobiltà.
Persino Andrea Camilleri, nei suoi romanzi, usa l’espressione “ammazzatine” quasi a rivestire di graziosità i più efferati delitti.
L’arte antica celebra il Galata ed il Laocoonte con forme scultoree che mistificano l’agonia degli eroi dandole un senso di “bella e dignitosa morte”.
Bisogna aspettare Caravaggio perché il sacrificio umano sia dipinto con la crudezza e le tinte sanguigne di un realistico, macabro rituale.

Infine, giungiamo al realismo letterario, alla fotografia ed al cinema, forme d’arte dove la realtà è rappresentata con veridicità obiettiva.
In tale quadro, un brano di Carlo Levi tratto dal romanzo Cristo si è fermato ad Eboli descrive, nel dettaglio, lo sgozzamento di una capra, il suo immediato scuoiamento, l’asportazione delle viscere ed il taglio sapiente delle carni per ricavarne le parti più o meno pregiate.
Alcuni decenni dopo, il cinema rappresenterà, con il più crudo realismo, un mattatoio equino ove Alberto Sordi si appresta a lasciare il proprio vecchio cavallo, non più capace di trainare il calesse.
Dopo questo breve excursus storico, che va dagli eufemismi dell’arte alla schietta realtà documentata, riconsidero l’opera fotografica “Il maiale” di Giuseppe Fichera, che tanto mi ha impressionato al primo impatto, ma dalla quale sono scaturite le mie riflessioni sulla natura umana.
C’è un equilibrio nella natura che si fonda sulla catena alimentare: ogni specie si alimenta di altre specie, la sopravvivenza di ogni essere vivente è assicurata dalla caccia e dall’uccisione di altri animali. L’Homo Sapiens Sapiens non fa eccezione, soltanto che la fonte del proprio nutrimento e della propria sopravvivenza, più che nella caccia, è basata sull’allevamento. L’alimentazione razionale del bestiame è finalizzata all’ingrasso e al sacrificio finale, momento cruciale che poco ha a che fare col rito propiziatorio, ma che si trasforma in una festa collettiva, come avvenne quando fu ucciso il vitello grasso per onorare il ritorno del “figliol prodigo”.
Giorgio Rigon
Bressanone, novembre 2010

Le foto ripropongono senza enfasi le modalità della macellazione del maiale. Le persone particolarmente sensibili non proseguano nella visione delle immagini.
IL MAIALE
ANTICA TRADIZIONE
Da secoli nella civiltà rurale si allevavano i maiali perché fornivano carne e grasso; la carne era conservata sotto forma di salumi ed i grassi servivano per condire gli alimenti. Spesso le famiglie facevano enormi sacrifici per comprare un maialino che veniva allevato in cortili, stalle o aie, dandogli da mangiare gli avanzi di cucina integrati con mais, zucca, patate etc. I maiali, per tradizione e per necessità, erano allevati dalla primavera all’autunno perché costituivano una risorsa ed una ricchezza per tutta la famiglia; erano macellati nel periodo invernale (dicembre e gennaio) in modo da favorire la conservazione dei prodotti per tutto l’anno successivo. L’uccisione del maiale era un avvenimento importante poiché si raccoglievano i frutti di oltre sei mesi di lavoro; tale occasione era una vera e propria festa alla quale si invitavano i parenti più stretti e gli amici più stimati per trascorrere insieme la giornata. Antiche tecniche ed usanze accompagnavano l’intero processo di lavorazione. I modi principali per uccidere l’animale erano due: tramite un apposito coltello o l’utilizzo di una pistola; a tale mansione si dedicavano solo gli uomini, alle donne invece veniva affidato il compito di pulire le interiora del maiale e di preparare il pranzo. Accordi precisi presi tra le varie famiglie portavano a non far coincidere il giorno dell’uccisione di differenti maiali, così, a rotazione le famiglie si riunivano per aiutarsi vicendevolmente in questo arduo lavoro.
Le foto oggetto della mostra sono state realizzate nel 1990 in provincia di Potenza in una vallata confinante con la provincia di Salerno. In un giorno d’inverno sono stato invitato a prendere parte alla “festa sacrificale” del maiale. Di mattina presto, tutto era già pronto, il proprietario del maiale ed alcuni amici prelevarono il maiale dal porcile e lo portarono nelle vicinanze del garage (luogo allestito per l’occasione), impegnati con tutta la loro forza, lo costrinsero a salire su un’apposita panchetta e lo legarono con un’imbracatura così da immobilizzarlo. Uno degli amici, esperto e sicuro, procedette all’uccisione del maiale con un apposito coltello (come da usanza sentii dire: “morti ‘o porcu e saluti ‘o patruni”); attraverso questa tecnica fu possibile raccogliere in una bacinella il sangue con il quale successivamente si sarebbe preparato il “sanguinaccio”, un cremoso dolce con cioccolata ed uva passita. Dopo la morte, l’animale venne ben pulito con acqua bollente e raschiato con coltelli affilati; poi fu sollevato ed appeso al soffitto con un apposito triangolo di legno (gammiere) per essere aperto, ripulito dalle interiora e diviso in due parti. Appena terminata la pulizia degli attrezzi e del locale, gli amici si accomodarono a tavola per dare inizio al pranzo che, nel frattempo, le donne avevano preparato. Il pranzo fu molto ricco ed, ovviamente, a base di maiale (soffritto con interiora e cipolla); furono serviti vari antipasti a base di formaggi, prosciutto e salame con pane casereccio, come primo piatto i “cavatielli”, pasta fatta in casa, e come secondi piatti pollo e patate, coniglio ed infine i dolci (fra cui gli struffoli) il tutto accompagnato dall’ottimo vino del vigneto patronale. Le parti del maiale così pulite, furono lasciate appese a raffreddare per tutta la notte che, gelida per il clima del luogo e per il periodo invernale, avrebbe favorito la lavorazione nel giorno successivo. L’indomani, infatti, si procedette al lavoro di selezione della carne, operazione assai importante che richiede cura ed attenzione; le varie parti dell’animale furono tagliate e separate: carne per la salsiccia, quella per la soppressata (salume simile al salame ma con la carne tagliata in grossi pezzi), per i prosciutti, le spalle, il capicollo, la ventresca, il lardo e la sugna. Si passò poi al lavoro dell’insaccamento. La carne infatti, dopo essere stata sminuzzata, venne pressata con le dita in un imbuto alla cui estremità era applicato un budello ben pulito che venne così riempito per essere legato ed appeso poi al fresco per l’asciugatura finale. Questo lavoro fu fatto prevalentemente a mano o con macchinari manuali per evitare che la carne si surriscaldasse.
Nonostante il maiale venne ucciso in maniera molto cruenta, lenta e sofferta, il cortile echeggiava infatti di grugniti e lamenti terribili, la morte dell’animale non avvilì nessuno, anzi diffuse una sorta di allegria e per tutti in quella casa fu un giorno di “festa”.
Pippo Fichera