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Spesso,
la mia insegnante di cinematografia mi sottoponeva alla lettura
di un’immagine e m’invitava a leggere tutta la composizione che
stava racchiusa nel quadruccio: leggere la storia che vi era raccontata,
le persone citate, le cose e le fantasie che stavano lì incorniciate.
Infine, come se non bastasse, pretendeva che le rivelassi immediatamente
l’impressione ricevuta, d’adesione o di disagio che fosse.
“Come posso fare tutto questo e così rapidamente?” le chiedevo
E lei “Ce li hai questi benedetti occhi? Ed allora segui tutto ciò
che trovi finché non vedrai e sentirai, misteriosamente e da qualche
parte, la presenza di qualcuno o qualcosa che viene incontro al
tuo sguardo”.
Negli anni non sempre ho rispettato questa regola, anzi, assai spesso
l’ho ignorata.
Troppe volte mi sono rifugiato nel giudizio accademico, nell’intuito;
però lei, la regola, torna a volte inaspettatamente e m’invita in
girotondi visivi, facendo danzare i miei occhi fino a quando anche
le orecchie avvertono le note della danza.
Così accade con le immagini di Walter, da me conosciuto tanti anni
fa in quel santuario della fotografia che è il paesino di Scanno,
in Abruzzo (e rivisto in Acireale, sempre appassionato e, posso
dirlo, sempre più italiano e sempre meno svizzero).
Provate anche voi. Prendete la fotografia di un paesaggio, uno dei
tanti che Walter reinventa dopo averli trovati con cura e ripresi
con affetto.
Cominciate ad annotare come dispone sui vari piani gli elementi
della composizione, quasi una sorta di squadratura del fotogramma
e predisposizione geometrica all’ordine.
Annotate poi con quanta parsimonia (ma altrettanta raffinata disponibilità)
utilizza i grigi, gestendoli ed orchestrandoli per la visione finale.
Seguite, ancora, la costruzione di questa visione raccogliendone
le sfumature perché proprio lì, sulla linea invisibile del confine
cromatico, ha piazzato la nota emotiva.
Infine, se avete esaurito la ricognizione degli elementi compositivi,
accingetevi a rintracciare quelli espressivi (meglio se lo fate
contemporaneamente) e, quindi, ripercorrete il senso della sua proposta
che vi risulterà assai lontana dalla documentazione e, piuttosto,
assai propensa a nascondersi dietro un registro stilistico (insistente
l’uso dell’infrarosso) oppure dietro il volto della natura o del
tempo.
Se avrete fatto questo viaggio nell’attimo di Gaberthuel, sarete
entrati silenziosamente e senza fatica tra le “vedute e le visioni”
del nostro amico e sarete in contatto con quel qualcosa o qualcuno
che vi viene incontro, e di cui cennavamo sopra. E sarà, di volta
in volta un’idea artistica, un simbolo, un contrasto, un’illuminazione,
una rivelazione, una preghiera, un sentiero, una storia, un fantasma,
una magia, un’attesa, una stazione, una stagione e “la presente,
e viva, e il suon di lei”. Si, come in Leopardi, tra questi quadrucci,
sarà dolce naufragare.
In quest’attitudine e capacità di trasformare la veduta in visione,
e, quindi da un dato materiale far fiorire un elemento poetico,
certamente spirituale, sta il sentimento visivo del Nostro.
Il suo risultato fotografico, come in certe pitture giapponesi,
non si presta alla ricognizione di quell’albero, di quella nuvola,
di quel profilo collinare o di quel silenzio. Ogni fotografia di
Walter vuole, di queste cose, restituirci l’atmosfera e, quindi,
raggiungere l’idea dell’albero, della nuvola, del sentiero.
Si obbietterà che l’uomo e la donna non vivono solo nell’atmosfera
e nell’idea delle cose quanto, e piuttosto, nella storia che è fatta
di vicende ed accadimenti.
Ed allora, dico io, vi siete persi qualcosa. Tornate a guardare
e vi accorgerete che il campo è coltivato, l’ulivo curato, la vigna
pulita, il frumento maturo, il fieno raccolto. L’uomo, con i suoi
giorni, c’è e ci sta tutto. Ci sono i suoi lavori, il frutto della
sua fatica, ci sono perfino i suoi simboli, ma……. bè, avete ragione
anche voi, perchè le case sembrano vuote, fantasmatiche, nessun
filo di fumo, troppo silenzio.
Ed allora, consentitemelo, io ritorno alla regoletta e divento più
attento, e aspetto finché qualcosa non viene in soccorso. Forse
è l’anelito di una domanda quello che mi giunge, una provocazione,
un invito a capire di più?
Non so per voi, ma per me sta tutto qui la bellezza della fotografia:
domandare e rispondere, cercare e trovare nella realtà immagini
esplicative dei nostri bisogni.
Esaurito l’esame del referente, quindi, in questa mostra abbiamo
avuto bisogno di altro ancora per avere ragione dei risultati fotografici
del nostro svizzerotto: abbiamo dovuto ricorrere a domande del tipo
“perché fai questo”, oppure “che senso ha questa fotografia”. Ed
abbiamo dovuto convenire che abbandonando la veduta materiale ci
si è rivelata la visione.
Concludiamo con una domanda: forse perchè l’infrarosso intercetta
il calore delle cose è così tanto amato dall’amico Walter?
Ma, se la poniamo in metafora, non è il calore ciò che cerchiamo?
Pippo Pappalardo
Docente DAC-FIAF
Critico Fotografico
WALTER
GABERTHUEL, EFIAP, PPSA
Nato
in Svizzera nel 1948 ha incontrato casualmente la fotografia, dopo
essere stato negli anni giovanili un atleta di buon livello. Proprio
durante i suoi viaggi in Italia, dove ha conosciuto la moglie, la
fotografia si è cristallizzata come la sua nuova profonda passione.
Da quindici anni l'Italia è diventata anche la sua seconda patria
a seguito del trasferimento con la famiglia a Roma.
Dal 1980 partecipa con successo a Saloni Nazionali ed Internazionali,
dove ha conquistato numerose medaglie (p.e. a Hong Kong, Stati Uniti,
Canada, Inghilterra, Singapore, Andorra, Spagna, Romania, Austria
ecc.) oltre ad attestati, diplomi, onorificenze e può vantare più
di 1500 foto ammesse in tutto il mondo. Per le sue opere, la Federazione
Int. d'Arte fotografica (FIAP) gli ha conferito i titoli di "Artiste
FIAP" nel 1986 e "Excellence FIAP" nel 1990. Nel
2000 ha conseguito con l'Italia la Coppa del mondo in bianconero
alla Biennale FIAP, e nel 2001 ha ripetuto il successo sia con la
Nazionale, sia come miglior autore assoluto nella categoria foto
a colori. La PSA (Photographic Society of America) lo ha insignito
nel 2005 del titolo "PPSA" (Proficiency) e nel 2007 di
quello di "Photo-Journalist I". Dal 1990 ha partecipato
con grande successo di pubblico e critica a mostre personali e collettive:
1990
Berna (Svi)
1991 Pergola (PS), Thun (Svi), Castelleone di Suasa (PS), Kehrsatz
(Svi)
1996 Albano Laziale, Gubbio, Chieti, Berna (Svi)
1997 Roma, Gubbio, Sulmona, Val Concei (TN), Pakistan
1998 Chieti, Thun (Svi), Catania, Imperia, Senigallia, Rovereto,
Albano Laziale
1999 Catania (Grammichele), Città S. Angelo, Cava dei Tirreni, Calenzano
2000 Munsingen (Svi)
2001 Zagreb, Lucca, Pergola
2002 Brescia, Serra S. Quirico, Sassoferrato, Tubice (B)
2003 Offringen (CH), leper (B), Sassoferrato
2004 Goirle (NL), Latina, Limours (F)
2005 Iraclio (GR), Atene (GR), Mezzolago, Bezzecca
2006 Amsterdam (NL), La Gacilly (F), Tilburg (NL), Pisa
2007 Mouscron (B), Valverde, Lucca
2008 Munsingen (CH), Monterolo, Jinan (Cina)
Walter
Gaberthuel è autodidatta. Ama approfondire per migliorare le possibilità
tecniche ed espressive delle proprie opere. Con questo spirito ha
partecipato ad alcuni Workshops (con i maestri Mario de Biasi, Rene
Burri, Ferdinando Scianna, Frank Dituri, Lynn Saville, Jill Hartley
ecc.).
L'artista,
in primis, è attratto dai paesaggi, particolarmente in infrarosso,
e dallo sport. Molte sue opere sono state pubblicate in Svizzera,
Germania e Italia in riviste, settimanali, giornali, manuali fotografici.
Nel 2001 è stato pubblicato il suo primo volume di fotografie in
bianco e nero del titolo "Vedute e Visioni" in italiano
e inglese con poesie di Timur Lenk.
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