Tuol
Sleng – La tenebra dell’oblio
Perché “QUESTE” fotografie…
La
conoscenza non è che raramente percezione diretta delle cose (conoscenza
diretta); quasi sempre essa è percezione sensoriale (visiva, uditiva,ecc.)
della loro apparenza (conoscenza mediata).
L’essere non è pertanto “in sé” (essere-soggetto), ma nella sua
apparenza (essere-oggetto) e questa riveste una tale preminenza
che l’essere finisce per identificarsi nella propria immagine.
La mancanza di apparenza (di immagine) si traduce così nella impossibilità
a venire conosciuto e corrisponde praticamente alla non-essenza,
alla non esistenza; all’opposto, creare l’apparenza, ossia produrre
l’immagine indipendentemente dall’essere, equivale a creare l’essere
al di là del reale (“il non-essere è?”).
In sintesi, se l’apparire è carattere fondamentale e necessario
dell’essere, ciò che non appare non è.
Per questo motivo, per negare o sopprimere un fatto, è sufficiente
non farlo apparire, sopprimerne l’immagine, non portarlo, come si
dice, a conoscenza, utilizzando adeguatamente gli strumenti della
conoscenza mediata (i media, appunto).
Nel processo di conoscenza, la preminenza sulle altre della percezione
visiva, fa sì che nel linguaggio comune sia spesso utilizzata la
metafora luce-conoscenza/buio-non conoscenza (si veda, ad esempio,
il signficato di fare luce).
Nell’ambito di un viaggio turistico in Indocina, la breve visita
non programmata a Tuol Sleng, in un pomeriggio poco prima del tramonto,
ha assunto per l’autore il significato di una esperienza unica,
che ha finito per sovrastare largamente le altre sensazioni ed ha
stimolato tale riflessione.
I raggi del sole, che dalle fessure delle pareti e dalle finestre,
accendono degli spot luminosi sui volti e sugli oggetti di questa
scuola del terrore, sembrano riflettori che scrutano nelle tenebre
e rappresentano come dei tentativi di far emergere dal buio della
non-conoscenza (o del rapido e colpevole oblio) fatti e notizie
che (sia per il loro intrinseco significato, sia per l’insegnamento
che avremmo supposto ben più potente da parte di analoghe vicende
della nostra storia), avrebbero dovuto essere di pubblico dominio
e di monito ulteriore.
La fotografia, nel rifarsi al suo significato letterale di scrittura
attraverso la luce, sembra rappresentare il mezzo ideale per trasferire
queste impressioni su di un substrato dotato di immediata comunicabilità
(immagini).
Questo lavoro, nella consapevolezza dei propri limiti, vuole essere
soltanto un piccolo contributo per la conoscenza di un grande problema
mantenuto colpevolmente nascosto e – conseguentemente - per stimolare
riflessioni sulla natura e sulle motivazioni che determinano i comportamenti
dell’uomo.
L’essere è, il non essere non è. (Parmenide, VI sec a.C.)
Paolo
Pagni
TUOL
SLENG - La tenebra dell’oblio
Lampi di luce
si accendono
sui volti tumefatti
sulle ferite sporche
sugli occhi aridi di pianto,
frugano nelle celle squallide e fetide,
scoprono sotto ai letti arrugginiti
chiazze polverose di pavimento a scacchi,
che alla vista stremata
ripetono infinite volte la stessa ossessione,
come i numeri appesi al collo
come le date sulle pareti
come le sbarre alle finestre
come i ferri della tortura
come le divise lacere e insanguinate.
Verrà la pace
solo con il buio totale,
solo dopo il grido strozzato
di un’estrema percossa
sul capo
per l’ultima volta reclino.
La luce più vivida del giorno tropicale
che guizza ovunque
anche attraverso la minima fessura
con sciabole dorate
che disegnano i muri
graffiati con le unghie e sporchi di sangue,
questa luce accecante e sfacciata
mai riesce a scaldare l’anima
di chiunque
carnefice o vittima
abiti questi luoghi.
Perché la tenebra del carcere
è la tenebra che ha invaso il cuore
degli uomini di Tuol Sleng.
E degli uomini di tutto il mondo.
Aprite quei lampi,
mostrate quei bagliori,
lasciate che la luce entri qui,
qui dove regna la tenebra dell’oblio,
che è la più profonda e la più terribile
ed affligge senza speranza
i ciechi della verità e della memoria.
Non la luce implacabile del sole,
ma quella della coscienza e della consapevolezza,
che era già morta prima di noi
e insieme a noi ha continuato a morire
ogni giorno ed ogni notte
per lunghi anni.
Paolo Pagni
Phnom Penh, 27 Febbraio 2007
Montevarchi, 16 Marzo 2007
PAOLO
PAGNI
Paolo
Pagni è nato a Montevarchi (Italia) nel 1953. Ha cominciato ad interessarsi
alla
fotografia in giovane età, sulle orme del padre, fotoamatore evoluto,
dal quale ha appreso i primi rudimenti di tecnica fotografica e
di sviluppo del BW in camera oscura. Ha successivamente avuto modo
di documentare fotograficamente i numerosi viaggi che ha effettuato
in giro per il mondo. Dopo un periodo di abbandono della attività
fotografica, ha recentemente trovato nuovi impulsi dall’avvicinamento
alla fotografia digitale, alla quale si dedica dal 2003.
L’intento dell’autore è quello di cogliere ed esprimere con l’immagine,
nell’ambito ed al di là del lavoro di reportage, le sensazioni suscitate
dal contatto con persone ed ambienti diversi e di sottolineare,
partendo da una soggettiva elaborazione del particolare, problematiche
e tematiche di carattere generale.
Dal 2003 ad oggi ha presentato le proprie stampe in varie esposizioni
italiane. Nel 2006 ha partecipato come autore alla pubblicazione
del libro fotografico “Saharawi, prigionieri del deserto”, realizzato
nell’ambito di un progetto di aiuto sociale alle popolazioni di
profughi.
Nel 2007 ha realizzato il lavoro fotografico di documentazione/denuncia
sociale “Tuol Sleng – La Tenebra dell’Oblio”, che è stato esposto
in varie manifestazioni toscane nel 2008.
Da alcuni anni ha inoltre ampliato le proprie modalità di realizzazione
dei lavori fotografici, sia di reportage che di documentazione,
avvalendosi di tecniche di elaborazione di pellicole a sviluppo
istantaneo.
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