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SANTO MONGIOI’
EFIAP-BFI
L’ordine come categoria estetica
Gli oggetti concilianti di Santo Mongioì
1)L’intonazione lirica delle cose.
Se sul piano ordinativo e critico è consentito
all’arte figurativa appropriarsi con disinvoltura di alcuni termini tecnici
propri del patrimonio linguistico musicale quali: timbro, tono,armonia,vibrazione
ecc., approfitto anch’io di qualche prestito dallo stesso patrimonio,
per definire il momento ispirativo e progettuale della fotografia di Santo
Mongioì come una sorta di “orchestrazione” di tipo musicale.
L’orchestrazione è un’attività complessa che precede l’esecuzione, è un
momento preparatorio in cui la volontà creativa del maestro si deve accordare
con le leggi fisiche che regolano l’emissione dei suoni e con le caratteristiche
tecniche di ogni strumento; in un tempo successivo, subentra un momento
magico dell’intonazione al quale è legata la sorte dell’intera esecuzione,
il rendimento lirico del pezzo.
Mongioi’, per ogni immagine, conduce un lavoro analogo, certamente atipico,
anzi singolare, nella disciplina della fotografia. Egli possiede degli
oggetti, li possiede nel senso dell’intima conoscenza delle forme e della
sicurezza nel gestirne l’effetto psico-simbolico, indipendente dal contesto
organico in cui la forma si trova e dal suo significato funzionale. Così
una bottiglia fa dimenticare la propria funzione di contenitore di liquidi
per assolvere al ruolo emblematico di maestosa presenza verticale in mezzo
ad altre presenze oggettuali, ugualmente simboliche, ordinate secondo
una gerarchia di valori formali
Frammenti di carta, sezionati in rigorosi tagli geometrici ed assiemati,
sviluppano disinvolte forme sinuose, per creare tracciati armonici secondo
un oggetto di ascendenza classico-rinascimentale.
Alcuni frutti o ortaggi, scelti tra un limitatissimo repertorio(uva,pomodori,fragole),
sono sempre presenti nelle composizioni e vengono sapientemente inseriti
laddove convergono le linee di forza degli oggetti di maggiore valenza
compositiva che fanno loro da castone.
Non vi è alcuna relazione organica tra gli oggetti e, tanto meno, alcun
nesso logico negli accostamenti, i piccoli frutti brillano, con i loro
colori squillanti, come i trilli di un soprano o il suono argentino del
triangolo in una grande orchestra; tanto per rimanere nella metafora musicale.
Ma qual è il segreto di tanta armonia?
Chiamerei “intonazione” il principale artificio della regia di Mongioì,
intonazione come precisa attribuzione di colore ad ogni oggetto: dal bianco
latteo dei vetri, al grigio-viola-marrone delle strutture armoniche, in
un calibrato insieme ove rifuggono, incastonati,i piccoli doni della natura.
Grande abilità di orchestrazione e di intonazione quindi, che viene esercitata
anche nelle immagini monocromatiche, a comprova che Mongioì, esperto nell’arte
pittorica è capace di suscitare le stesse emozioni anche nella rigorosa
astrazione del bianco e nero.
2) Un problema di “genere”
Ho accennato alla maturazione di matrice pittorica
del fotografo Mongioì.
Nel tracciare il profilo critico di questo autore è necessario perciò
individuare le ascendenze che ne hanno fatto un raffinato e sensibile
poeta dello “still-life”.
Un paio di secoli fa, la classe della borghesia, emergente nella vecchia
Europa, privilegiò un genere di pittura che, a posteriori,critici e storiografi
chiamarono appunto” di genere”, si trattava di una pittura finalizzata
al decoro delle magioni borghesi che assoggettava molti artisti ad una
committenza particolare, raramente colta, più sensibile all’aspetto edonistico
delle cose che non a quello espressionistico. Nacquero così le composizioni
pittoriche di fiori e frutta dai colori caldi, tralci dalla volute sinuose,
il tutto composto, con ridondante gusto tardo-barocco, su tavoli o entro
pregiato vasellame.
Il fenomeno, apparentemente riduttivo per l’ispirazione poetica, ebbe
effetti positivi in seguito, quando si parlò di studio delle forme e di
“teorie gestaltiche”.
La tematica fu ripresa dai cubisti che amarono scomporre e ricomporre,
secondo i loro analitici, freddi principi, frutta, fiori, chitarre, pipe,
bottiglie, compostiere ecc., riportando i quadri “di genere” alla dignità
pura dell’arte e dando vita, assieme ai fotografi, a quella particolare
forma compositiva che oggi chiamiamo “still-life”una sorta di arte applicata,
asservita ormai alle sole esigenze del mondo dei consumi.
Mongioì ha assimilato culturalmente la pittura “di genere”, e consapevole
del suo percorso evolutivo e ci impartisce oggi una lezione di stile,
riportando il linguaggio della forma alla sostanza poetica, non finalizzata
ad altri scopi; ci offre, in definitiva, alcune soluzioni iconografiche
quali veri e propri “emblemi d’autore”.
La produzione fotografica di Mongioì assurge a dignità ed eleganza.
3) La tentazione metafisica.
Il percorso che Mongioì ha intrapreso è fatto
anche di assimilazione ed approfondimento delle avanguardie storiche come
la pittura metafisica e quella surreale. Il “ritorno all’ordine”, che
si contrappone all’avventura dell’informale, porta l’autore, inevitabilmente,
a considerare con attenzione i valori plastici di De Chirico e di Carrà
ed a subirne il fascino. Così non resiste all’allettamento di rafforzare
la propria convinzione metafisica inserendo, ogni tanto, nelle proprie
immagini fotografiche, forme e stilemi ispirati alle opere dei due grandi
artisti.
Il processo è condotto con raffinatezza e gusto; vuole rappresentare un
omaggio più che una rilettura (che oggi va tanto di moda), non è una provocazione,
come i baffi sulla Gioconda di Duchamp,ma, a mio parere, si tratta di
accostamenti fatti per gioco, che non incrementano la carica metafisica,
già inequivocabilmente presente nella sostanza poetica di Mongioì.
Giorgio Rigon EFIAP-MFI
Santo Mongioì nasce nel 1948 a Catania.
Si accosta alla fotografia nel 1980, quando per motivi di salute ha dovuto
abbandonare la pittura che gli aveva dato molte soddisfazioni artistiche.
Nel 1986 fonda, a Catania, insieme ad altri amici l’ACAF di cui diviene
Vice Presidente fino al 1994.
Dal 1998 è socio del G.F. LE GRU e dal 2004 entra a far parte del Direttivo
come Consigliere.
Nel 1990 la FIAF lo nomina Delegato Provinciale fino al 1999, anno in
cui subentra come Delegato Regionale; carica che lascerà nel 2004 per
potersi dedicare interamente all’attività del Gruppo ed in particolare
alla Galleria FIAF del G.F. LE GRU, di cui è Direttore.
Ha partecipato a numerosi concorsi fotografici Nazionali ed Internazionali,
vincendo oltre 100 premi.
Nel 1993 la FIAP gli conferisce l’onorificenza di AFIAP e nel 1996 quella
di EFIAP.
Nel 2004 la FIAF gli attribuisce il BFI per il lavoro svolto a favore
della fotografia in Italia.
Ha al suo attivo numerose mostre personali e collettive; di lui hanno
scritto sulle principali riviste del settore e non, sue foto sono pubblicate
su numerose riviste e cataloghi.
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