IO GIACOMO, CE
LA FACCIO…
“Un amico nel cuore”
Trasformare l’impaccio
d’un corpo in una figura eroica, mitica, ideale, come le sculture
virili della Magna Grecia. Potrebbe essere questo il significato che
l’opera di Badalà suggerisce ad una prima, sbrigativa
lettura, ed il lettore potrebbe esserne pago: un risveglio lento,
un ergersi faticoso, una presa di coscienza della realtà del
proprio corpo, la forza muscolare che rimodella spirito e materia,
lo sguardo frontale di sfida, il tutto in un bel bianco/nero dal tono
basso, perfetto.
Immediatamente però, con il supporto d’una titolazione
coraggiosa e pregnante, scopriamo che c’è un malessere
esistenziale.
Salvo (l’Autore) ci appare subito come amico fraterno di Giacomo,
egli non s’interroga sulle basi biologiche, psicologiche e sociologiche
d’una “dipendenza” che ha portato l’amico
alla disperazione, ma si allea subito con la volontà di Giacomo
nello sforzo di rendere reversibile un meccanismo perverso. Tenta
la strategia del “diario”, il diario della sofferenza
cerebrale e fisica, un diario efficace, costruito, non attraverso
parole disposte in guisa di fredda analisi, ma attraverso il linguaggio
della fotografia che scandisce e sintetizza i tempi d’una lotta
tesa a riscattare la dignità umana.
Può un siffatto diario costituire risposta adeguata ai bisogni
d’una persona in cerca di sé e delle ragioni di vita
smarrite?
È ciò che si sono chiesti Salvo e Giacomo prima di affrontare,
insieme, questo tipo d’esperienza conoscitiva. Per questo, Salvo
non esita a sospendere temporaneamente la ricerca storico-fotografica
sulla cultura siciliana, cui è naturalmente vocato, per dedicarsi
a Giacomo, registrarne il tenace sforzo di riscattare mente e corpo
dalla voragine in cui è caduto e condurlo, infine, a fargli
affermare, con pervicacia: “Io Giacomo, ce la faccio”.
Da solo? Forse si! Ma in virtù anche dell’aiuto morale
di Salvo, l’amico del cuore.
Giorgio Rigon