6° Portfolio Insieme 2006

Nell’ambito della dodicesima edizione dell’ Etna Photo Meeting, si è svolto il concorso fotografico a lettura di portfolio denominato “6° Portfolio Insieme 2006”. La giuria composta da Fulvio Merlak di Trieste, Silvano Bicocchi di Nonantola (MO), Pippo Pappalardo e Enzo Gabriele Leanza di Catania, coordinati da Santo Mongioì, ha esaminato 44 portfolio (b/n – clp) di 30 autori. Dopo attento e scrupoloso esame delle opere suddette hanno deciso di assegnare i premi come segue: Primo premio come Miglior Portfolio a Mario Caramanna con l’opera Chicchi e Chicchere, 2° premio ex-equo a Salvo Badalà Afiap con l’opera “Io Giacomo, c’è la faccio… ” e a Roberto Strano con l’opera “Giro di boa”; inoltre è stato segnalato il portfolio “World Festival on the beach 2006” di Anna Fici. Le suddette opere oltre ad essere esposte nella prossima edizione, parteciperanno di diritto alla selezione nazionale di fine anno nell’ambito della manifestazione “Orizzonte Portfolio 2006” patrocinata dalla FIAF e organizzata dal Gruppo Fotografico Le Gru di Valverde (CT), dall’ Associazione di Volontariato Francesco Forno di Civitavecchia, dall’Associazione Rocco Verroca di Casamassima (BA), dal Circolo Fotografico Il Castello di Taranto e dal CFC Vanni Andreoni di Reggio Calabria.

 

Anna Fici – World festival on the beach

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 Il World Festival on the Beach è per i palermitani la festa dello sport e dello spettacolo, un evento che negli anni è diventato un appuntamento da non perdere.
Anna Fici, fotografa palermitana, propone la propria ricerca fotografica attraverso quindici immagini a colori. L’autrice organizza e cattura l’essenza dinamica della manifestazione rappresentandola attraverso immagini dalla composizione ricercata e dai tagli decisi, un racconto fatto di attimi, di frammenti in cui la luce, i colori ed il movimento sono determinanti per il suo comunicare.
Un portfolio nel quale le immagini non hanno il semplice scopo di descrivere lo svolgersi dell’evento, bensì di coinvolgere gli osservatori facendo loro vivere le intense sensazioni di chi vi ha partecipato di persona.
L’atmosfera ritratta è quella spensierata, dei colori a toni alti, di una giornata di festa con gli atteggiamenti spontanei delle persone e gli aspetti della manifestazione fermati nel loro frenetico fluire.
La narrazione procede con ritmo veloce: il viaggio in autobus per recarsi sul posto, la passeggiata per mangiare un gelato, il relax in spiaggia, il gioco in acqua; a movimento segue movimento fino alla tanto attesa competizione di Windsurf. È la gara: le tavole a vela scivolano veloci sull’acqua spinte dal vento, l’autrice le insegue con la macchina fotografica con la tecnica del panning, scatta immagine dopo immagine dal generale al particolare fino a quella che conclude il portfolio, l’ultima, quella in cui la sua osservazione diviene sintesi, quella in cui il mosso genera il simbolo di questo sport: una ventata di luce e colore.
Questa è l’interpretazione gioiosa dell’autrice, questo è, secondo il suo sentire, lo spirito leggero che ha animato la gente e gli atleti del World Festival on the Beach del maggio 2006.

Daniela Sidari

Caramanna Mario – Chicchi e chicchere

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Sono tanti i modi per ideare un portfolio fotografico. A volte nasce da un incipit suggerito da un avvenimento e diventa reportage, altre volte da un particolare stato d’animo dell’autore e si genera un’opera espressionista, oppure inizia dal volere rappresentare un’idea e allora si risolve in un lavoro concettuale. “Chicchi e chicchere” è un portfolio che cerca di rappresentare il mito mediterraneo del caffè. Un mito che pone il piccolo chicco tostato di caffè all’interno di un contenitore ampio quanto lo può essere un costume popolare. Mario Caramanna progetta la sua opera con la mentalità del graphic design. Conduce la sua riflessione lontana dal rumore del mondo portandola nel silenzio estatico del set fotografico. Davanti all’obiettivo egli fa comparire solo quei simboli forti che egli ritiene siano l’anima del suo soggetto. Se un mito è un’idea irraggiungibile delle cose, ecco quindi che nelle fotografie di “Chicchi e chicchere” tutti i simboli sono disponibili e seducenti, ma solo allo sguardo. Caramanna mette in gioco, oltre al caffè, la femminea forza erotica secondo la sensibilità maschile e gli oggetti che richiamano il rito del consumo pubblico della bevanda:le chicchere e relativo cucchiaino. Il portfolio è sintesi di questa ritualità rappresentando la metamorfosi dei simboli in gioco. Il chicco di caffè si trasforma in profumo e gusto, il volto femminile si tramuta da palpitante fisicità, prima in simulacro del femminile ed infine traccia di rossetto sulla tazza, le chicchere da geometrie armoniose diventano il luogo intimo per il tatto, il gusto e l’olfatto. Nell’ultimo dittico tutti i simboli si incontrano per un breve sorso di caldo caffè, di questo momento resta la seducente traccia vezzosa di rossetto sulla tazzina, segno di una deliziosa consumazione.

Silvano Bicocchi

Salvo Badala- Io Giacomo, ce la faccio

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“Un amico nel cuore”

Trasformare l’impaccio d’un corpo in una figura eroica, mitica, ideale, come le sculture virili della Magna Grecia. Potrebbe essere questo il significato che l’opera di Badalà suggerisce ad una prima, sbrigativa lettura, ed il lettore potrebbe esserne pago: un risveglio lento, un ergersi faticoso, una presa di coscienza della realtà del proprio corpo, la forza muscolare che rimodella spirito e materia, lo sguardo frontale di sfida, il tutto in un bel bianco/nero dal tono basso, perfetto.
Immediatamente però, con il supporto d’una titolazione coraggiosa e pregnante, scopriamo che c’è un malessere esistenziale.
Salvo (l’Autore) ci appare subito come amico fraterno di Giacomo, egli non s’interroga sulle basi biologiche, psicologiche e sociologiche d’una “dipendenza” che ha portato l’amico alla disperazione, ma si allea subito con la volontà di Giacomo nello sforzo di rendere reversibile un meccanismo perverso. Tenta la strategia del “diario”, il diario della sofferenza cerebrale e fisica, un diario efficace, costruito, non attraverso parole disposte in guisa di fredda analisi, ma attraverso il linguaggio della fotografia che scandisce e sintetizza i tempi d’una lotta tesa a riscattare la dignità umana.
Può un siffatto diario costituire risposta adeguata ai bisogni d’una persona in cerca di sé e delle ragioni di vita smarrite?
È ciò che si sono chiesti Salvo e Giacomo prima di affrontare, insieme, questo tipo d’esperienza conoscitiva. Per questo, Salvo non esita a sospendere temporaneamente la ricerca storico-fotografica sulla cultura siciliana, cui è naturalmente vocato, per dedicarsi a Giacomo, registrarne il tenace sforzo di riscattare mente e corpo dalla voragine in cui è caduto e condurlo, infine, a fargli affermare, con pervicacia: “Io Giacomo, ce la faccio”.
Da solo? Forse si! Ma in virtù anche dell’aiuto morale di Salvo, l’amico del cuore.

Giorgio Rigon

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Roberto Strano – Giro di boa

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Con “Giro di boa” Roberto Strano chiarisce il nuovo atteggiamento della fotografia nei confronti della cronaca psichiatrica e della sua rappresentazione: niente compiacimenti visivi, nessun dramma sui volti e, meno che mai, letti di contenzione o camicie di forza.
Ora è tempo di denunciare, di dire che qualcosa è cambiato, che finalmente l’obiettivo può immergersi nella comune esistenza senza incontrare strazianti distinzioni o classificazioni e senza inventare gabbie ideologiche o patetici psicodrammi.
E’ tempo che la fotografia, emancipandosi dal condizionamento politico e scientifico, faccia emergere il protagonismo dei malati e la timida, iniziale, organizzazione del loro bisogno di apprendere e comunicare.
Berengo, Cei, D’Alessandro, Cerati, tanto per restare in Italia, squarciarono il velo del dolore e dell’ipocrisia. Adesso, occorre invertire la loro visione recuperando nel ritratto della persona la memoria di sé, la fuga dall’abbandono, il desiderio del ritorno, la consapevolezza della propria dignità.
Scandito e connotato con intelligente sequenza, il portfolio privilegia immagini che documentano il dialogo, il rispetto dell’intimità, la tolleranza per le debolezze. L’Autore le collega ad altre che parlano di nuovi spazi da vivere, di nuove terapie, d’inserimenti spontanei là dove il volto del malato si confronta con quello della città dell’uomo. Ed è una città dove lo spaesamento non esiste più se si può, con fiducia, stringere una mano.

Pippo Pappalardo