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| Nicéphore Niépce – 1826 c.a. |
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Nicéphore Niépce – 1826 c.a.
Impronta e icona. Niépce,
per primo, trovò il modo di fissare l’impronta della luce sulla materia
fotosensibile e subito dopo cercò l’icona del mondo circostante puntando
la sua camera obscura dalla finestra di casa. Quante volte abbiamo osservato l’impronta del nostro piede, impresso sulla sabbia della battigia, mentre veniva cancellata dalle onde del mare? Quell’impronta precaria, finché c’è la sentiamo legata fisicamente a noi, mentre il vederla cancellare dalle onde muove in noi malinconia, forse per l’analogia con l’umano destino. La
fotografia è una speciale impronta legata fisicamente al soggetto che
però, identificandone perfettamente l’aspetto, ci consente di riconoscerlo.
Man
mano che la tecnica ha perfezionato la riconoscibiltà, il fotografo
ha dovuto misurarsi sempre più con l’icona, mentre l’impronta è rimasta
un valore sottointeso dell’immagine fotografica. L’icona può porre in relazione formale gli elementi visuali (forma, superficie, volume, colore) e si otterrà una fotografia bella esteticamente, se invece ci si spinge a porre in relazione dei contenuti, allora potremmo ottenere una fotografia bella anche solo nel significato; ecco che siamo giunti nel contesto dell’appassionante perenne discussione tra formalisti e realisti. Mentre un quadro mal realizzato è condannato, una fotografia con evidenti difetti tecnici riesce comunque a salvarsi se l’icona mostra dei contenuti resi importanti dalle forme dell’impronta, come ad esempio in uno scoop giornalistico.
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