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Storie di Raoul Iacometti

L’UOMO, LE SUE STORIE

Iacometti

La fotografia nella sua primissima fase pionieristica faticava a trovare una sua precisa collocazione ed anzi non aveva ancora deciso se definirsi come una tecnica o come un linguaggio. Niente di che stupirsi, dunque, se fra gli operatori che maneggiavano le ingombranti e complesse fotocamere dell’epoca si annoverassero chimici, scienziati e pittori ancora indecisi se abbracciare o meno la “fatale invenzione” accanto agli inevitabili abbienti amateurs. Devono passare alcuni anni prima di capire che la fotografia può essere qualcosa di più di una passione e trasformarsi in una vera e propria professione. Quando questo succede ecco che ogni città può vantare atelier, negozi, studi che – se proprio non riuscivano a raggiungere le dimensioni imponenti di quello che Nadar aveva aperto a Parigi in Avenue des Capucines 35 decorandone la facciata con una gigantesca riproduzione della sua firma – occupavano quasi sempre le vie del centro facendosi una inevitabile, sana concorrenza. Varcando idealmente quegli studi oggi, con gli occhi dei contemporanei, una cosa dopo tanti anni colpisce subito l’attenzione: il fatto che questi fotografi si dedicassero nella stessa misura alla rappresentazione sistematica dei monumenti più belli, alla documentazione degli avvenimenti più significativi (l’inaugurazione di una nuova tratta ferroviaria, l’edificazione di un palazzo, il varo di una nave), alla realizzazione di cerimonie pubbliche e private come anche alla realizzazione di ritratti posati in studio e alla produzione di fototessere. Acquisito il suo status professionale, il fotografo si caratterizzava per la sua duttilità e, se era particolarmente estroso, poteva accostare al lavoro su commissione quello delle sue ricerche personali. Nasceva, e per molti anni è stata un importante figura anche se poco considerata dalla critica, il fotografo artigiano che poteva anche essere negoziante in grado di vendere fotocamere e rullini che poi sviluppava e stampava, ma anche bravo a dare suggerimenti e consigli a tutti. Nel panorama nazionale è stato un soggetto niente affatto analizzato, schiacciato come era fra quelle dell’appassionato che si identificava nell’associazionismo e del professionista che aveva punti di riferimento nel mondo della moda, dell’editoria, della pubblicità.

Eppure personaggi come questi – che, si badi, non per caso mancano perfino di una precisa denominazione – sono stati sostanzialmente dimenticati e con loro l’idea stessa che il fotografo possa anche non essere specializzato in un solo ambito ma muoversi con disinvoltura fra diversi. Se siamo partiti da questa premessa è perché si rende necessaria per comprendere lo stile e, aggiungiamoci pure, la visione del mondo di Raoul Iacometti: un autore che, come testimoniano le sue opere, incarna almeno in parte quello spirito antico prima citato, sia pure aggiornato alla logica della contemporaneità, non guarda affatto al passato ma da questo recupera l’idea che un fotografo possa esprimersi facendo ricorso a progettualità non riconducibili a un unico genere. Detto questo, sia nel lavoro commissionato sia nelle ricerche personali, si trovano sempre gli elementi che fanno parte di uno stile comunque riconoscibile e di scelte estetiche che rappresentano elementi autoriali fortemente presenti come la capacità di far convivere un bianconero sempre elegante caratterizzato dai tratti decisi e un colore che ampia tutta la gamma cromatica con una netta prevalenza per le tonalità più pastose.

Siccome occorre trovare un incipit da cui partire per indagare su un fotografo così caratterizzato, quello del modo, davvero insolito, con cui affronta il reportage sembra il più fruttuoso. Si potrebbe perfino teorizzare il fatto che la ricerca di un preciso ritmo narrativo sia l’elemento che si ritrova in tutta la sua produzione, compresi i lavori apparentemente molto lontani. Iacometti sa alternare la street photography al fotoreportage spostando di pochi gradi il taglio interpretativo: nel primo caso attende che sia la realtà che gli scorre davanti a suggerirgli gli spunti migliori da cui ricava immagini singole – un cielo attraversato dal volo degli uccelli, un cane che si volta a osservare l’obiettivo non si sa se come gesto di sfida o per mettersi in posa – da utilizzare come elementi di un racconto fatto di suggestioni sempre un po’ misteriose. Nel secondo caso la scelta è, invece, quella di costruire un preciso percorso nato da un rapporto intenso e diretto con il soggetto che l’uso del grandangolo evidenzia perché rappresenta l’esigenza anche metaforica di stabilire una reale vicinanza al soggetto. Sono elementi che, per fare un esempio, si ritrovano in modo esemplare nella suggestiva costruzione della storia di Eduardo Emilio Medina: lo sguardo gira, si sofferma sulle carcasse sfatte di vecchie automobili, si sposta sui particolari degli strumenti dell’officina, si esalta nell’osservare, come fosse nata dal nulla, la lucida struttura dei tubi. Così, in questo modo indiretto, Iacometti ci presenta il suo protagonista – meccanico costruttore di automobili per le corse di autocross – ma sa andare oltre quell’officina della periferia di Buenos Aires di cui pure ci fa sentire l’odore acuto ma piacevole fatto di grasso, benzina e olio, per parlare in senso più generale di come il lavoro possa identificarsi con la passione.

Perfino quando viene chiamato a realizzare servizi sui matrimoni, un genere che soffre di un’ingiusta sottovalutazione, il fotografo milanese li affronta come dovesse raccontare una storia costruendo un percorso che prevede inizio, fine ma soprattutto una precisa evoluzione degli avvenimenti. Per questa ragione non si mette, come altri, nei panni del regista, non dà direttive, non mette nessuno in posa e sceglie invece di trovarsi sempre nel punto e nel momento giusti e di sposare la discrezione che considera fondamentale per ottenere un effetto di spontaneità. Pur attento alla centralità dell’evento, non trascura mai gli elementi di contorno e per questo si sofferma sui particolari (le tavole imbandite, i fiori, le luci) e nel contempo segue gli invitati cogliendo nelle loro posture e nei loro sguardi frammenti di vicende tutte da immaginare. Se in questo caso ha fatto ricorso a un processo di analisi, Iacometti in altri sa utilizzare un approccio metodologicamente opposto legato cioè alla sintesi: è il caso di “Botteghe”, una ricerca, peraltro attualissima, sulla filiera del cibo inteso come prodotto del lavoro
dell’uomo, della sua cultura, della sua capacità di stabilire un rapporto complesso e unico con la natura. Qui l’idea è quella di presentare la ricerca raggruppandola in composizioni tematiche ognuna delle quali racconta un soggetto ripreso nella sola fotografia centrale (il pesce, il caffè, il dolce, la carne) cui altre immagini fanno da corona: in tal modo possiamo osservare con un solo sguardo l’intera narrazione di un complesso percorso che dal produttore arriva fino al consumatore.

La capacità di alternare diversi registri espressivi diventa una risorsa quando, affrontando un tema in genere codificato nei suoi elementi distintivi come quello della danza, la sua ricerca lo conduce ad esiti non di maniera. Capita, dunque, che una ballerina sia decontestualizzata e, dal teatro dove ci aspetteremmo di trovarla, sia inserita invece all’interno di un ambiente naturale dove la tensione di gambe e braccia protese nel suo mirabile bilanciamento rimandi a quella che si stabilisce fra i rami degli alberi e il serpeggiare di un ruscello su cui sta in equilibrio. Partendo da questa idea, il fotografo la porta ad una ulteriore conseguenza decidendo di ricorrere ad una spettacolare teatralità: fotografa danzatori professionisti all’interno di alcune serre guidato da un’idea forte e insolita, quella che i movimenti siano inscrivibili in un più ampio quadro di riferimento come facessero parte di un ordine cui tutta la natura è partecipe. Idea confermata dalla sintonia da lui stesso creata accostando la natura umana fatta di gesti e posture care alla danza classica a quella vegetale caratterizzata da simili tensioni date però da foglie lanceolate, fiori svettanti, rami flessuosi.

Fotografo sempre attento alla presenza umana che talora esalta in seducenti ritratti femminili, Raoul Iacometti compie una scelta diametralmente opposta quando affronta il tema del paesaggio perché qui a dominare è una sorta di silenzio imposto dai luoghi: nelle sue immagini si sente lo sciabordio dell’acqua, il sibilare della brezza, ma non c’è spazio per le parole, per le grida e neppure per i sussurri perché perfino le case, quando ci sono, appaiono lontane all’orizzonte. Talvolta la scelta estetica prevede l’uso di un colore saturo e pastoso che caratterizza, per esempio, la sequenza di “Ai confini del mare” dove, anche in virtù degli interventi di manipolazione della pellicola Polaroid, gli esiti sono un più o meno dichiarato omaggio alla pittura di inizio secolo con le sue atmosfere rarefatte, le sue spiagge solitarie dove gli ombrelloni o le paratie antivento si ergono come fossero state dimenticate. E’ però il bianconero a prevalere facendo emergere, è il caso della ricerca realizzata sul paesaggio argentino, i caratteri di una visione intensa dominata dai contrasti sotto un cielo spesso incombente. Ogni fotografia sa sorprendere e spiazzare: in quel pontile che si proietta verso l’orizzonte in uno slancio enfatizzato dalla ripresa dal basso, in quella sedia che emerge chissà perché dall’acqua che appena la lambisce, negli alberi che disegnano i segni delle loro ombre nette sul terreno, nelle geometrie regolari che i terreni appena arati evidenziano, in quelle porte da calcio che si ergono su un terreno fangoso e che, forse perché prive di reti, ci restituiscono un senso di sperdimento e di abbandono come se avessero voluto inghiottire le fatiche, i dispiaceri acuti e le grandi gioie che un gol raggiunto dopo una piccola prodezza porta sempre con sé.

E così ci si accorge che, anche quando esclude la figura umana dalle sue inquadrature, Raoul Iacometti riesce sempre a parlare dell’uomo e delle sue storie perché in questo consiste il suo essere fotografo.

Roberto Mutti

Biografia di Raoul Iacometti

Raoul Iacometti, nato a Milano nel 1961, svolge l’attività di fotografo free-lance alternando la ricerca personale al lavoro commerciale in diversi settori: reportage di documento e socioumanitario, fotografia industriale e d’interni, eventi e ritratto. Le sue fotografie sono pubblicate su riviste, quotidiani e libri, sono utilizzate per cover/booklet di CD di musicisti italiani e stranieri. Ha ricevuto molti riconoscimenti nei più importanti contest nazionali ed internazionali.

Fra i suoi lavori più significativi sono da ricordare “Di terra e di fuoco” (2006) reportage sulle ex miniere presso le colline metallifere nel territorio di Massa Marittima (GR), “Ai confini del mare” (1986/2015), “Tre giorni a Madrid” (2007), “I suoni delle Dolomiti” (2007), “Di serra” (2008), “Quale madre” (2008) dedicato al tema della maternità e “Botteghe” (2008) sulla filiera agroalimentare e sull’importanza del cibo nella nostra vita quotidiana; “Just Dancers” (2011) reportage fotografico sul mondo della danza amatoriale classica, contemporanea e jazz.

Nel 2008 crea il progetto no profit “Green Attitude”, la danza legata al mondo di fiori e piante, utilizzando palcoscenici inediti come serre e vivai, luoghi dove ambienta tutti gli scatti, che pubblica ufficialmente nella primavera del 2013. Da quella data il lavoro è ancora work in progress in attesa di diventare un volume fotografico. Le danzatrici e i danzatori provengono da importanti corpi di ballo quali il Teatro alla Scala di Milano, l’Opera di Bordeaux, l’Opera di Roma, l’Opera Nationale de Paris ed altri ancora.

Nel 2014 crea “Fotografie e altre storie…” e, in seguito, “Blue Alchemy”, due format che fondono tramite la fotografia arti come la scrittura, la musica e la danza e che vedono la partecipazione di Carlo Negri (scrittore e autore di testi televisivi e teatrali tra gli altri Zelig e gli spettacoli di Giuseppe Giacobazzi) e del Maestro Martino Vercesi (chitarrista jazz/blues e compositore). Dal 2015 ad oggi è impegnato in un progetto di reportage socio-umanitario legato alle malattie degenerative come la distrofia muscolare e simili, collaborando con importanti associazioni di volontariato, tra le quali UILDM, UNITALSI e il Centro clinico Nemo, all’interno dell’Ospedale Niguarda di Milano. Da tale progetto è nata la mostra fotografica “Alcuni di Noi”, immagini in bianconero che raccontano le cure in reparto, le attività e il volontariato.

Sempre nel 2015 è autore attivo per il progetto “Obiettivo Lampedusa”, un reportage dedicato all’isola e ai suoi abitanti ed inserito nell’omonima pubblicazione. Dalla fine del 2016 al maggio 2018 segue un progetto sul Design Made in Italy in collaborazione dell’Azienda Caimi Brevetti. Il risultato è un libro fotografico con oltre 200 immagini in bianconero (reportage delle lavorazioni, ritratti ai più importanti designer italiani ed esteri e altro ancora). Il il libro è a cura di Aldo Colonnetti e pubblicato da Skira Editore.

Tiene corsi base e avanzati di fotografia e workshop fotografici in tutto il territorio su diverse tematiche tra le quali ritratto, danza, street-photography e iPhoneography.
Sue fotografie fanno parte dell’Archivio Storico fotografico della Fondazione 3M, dell’Archivio Fotografico Italiano e di importanti collezioni private. Nel maggio 2015 riceve l’onorificenza di “Autore dell’Anno 2015” dalla Federazione Italiana delle Associazioni Fotografiche, con la pubblicazione di “Storie”, un libro che contiene alcune delle sue fotografie più conosciute.

Sito web: www.raouliacometti.it – www.green-attitude.it
Facebook: Raoul Iacometti – Green Attitude