Mostra del mese

Thailandia: volti e colori di Francesco Butano

Thailandia: volti e colori di Francesco Butano

“Viaggiare è camminare verso l’orizzonte, incontrare l’altro, conoscere, scoprire e tornare più ricchi di quando si era iniziato il cammino.” (Luis Sepúlveda)

Il viaggio inizia. La Thailandia è la meta. Ma per il nostro autore non è la semplice visita di un luogo ma un’esperienza che segna l’animo, quella che può provocare cambiamenti interiori.
Come lui stesso scrive, “la mostra testimonia un viaggio prima sognato, poi vissuto, ora ricordato”. La Thailandia è un mondo a se ed ha lasciato il segno.

In questa cultura così lontana e diversa da quella occidentale tutto ha un suo perché, anche cose per noi strane o incomprensibili. Quanti perché! Abituati ad un mondo frenetico e complicato ci risulta straniante il modo di concepire la vita in questo luogo. I contrasti contraddistinguono il vivere degli abitanti, passato e presente convivono, si alternano ritmi lenti a convulsi e nonostante le condizioni di povertà, sono elargiti ai visitatori semplicità, gentilezza e sorrisi. La materialità lascia il posto alla spiritualità; nuove emozioni e conoscenze rendono il viaggiatore un uomo più ricco dentro.

Il lavoro fotografico di Francesco ci immerge lentamente in questo mondo. Immagini di ampio respiro aprono la mostra: fastosi templi ci regalano ricchezze costruttive dai colori vibranti d’oro, d’arancio e di bianco. Cieli spaziosi e riflessi in specchi d’acqua accolgono ed amplificano queste bellezze donandoci un senso di serenità visiva. Poi le inquadrature cambiano introducendoci con dettagli e volti ai ritmi del vivere thailandese. Una scultura dalle innumerevoli mani sollevate ad innalzare offerte è mediatrice fra l’esteriorità dei templi e l’interno degli stessi dove tolte le scarpe il visitatore può accedere ad un mondo d’atmosfera ricca di sacralità e spiritualità. Silenzio e meditazione sono portatori di serenità e pace interiore; monaci in preghiera recitano le loro modulate litanie vestiti del loro tradizionale abito di un solare color zafferano, indice di equilibrio ed umiltà; separazione da una società materialista.

La narrazione prosegue con la presenza di bambini ed adolescenti in luoghi differenti, dove convivono l’una accanto all’altra tradizione e modernità. Nelle città, innumerevoli fili elettrici letteralmente coprono e sovrastano le facciate delle moderne abitazioni, lasciandoci totalmente increduli. I tuk tuk, mezzi di trasporto artigianali simili ad ape-car, molto numerosi in città, lasciano il posto a piccole imbarcazioni ed ancora cambiano le percezioni in nuovi contrasti: velocità e lentezza, artificiale e naturale, inquinamento e profumi, colori di città e colori della natura. Ecco quindi il mercato sul fiume con le sue tantissime e colorate mercanzie ma è proprio qui che Francesco incontra nuova vita, quella letta negli sguardi degli abitanti dei luoghi visitati; è l’incontro con l’altro. Anche qui ritroviamo tradizioni e colori ma con differenti significati inscindibilmente legati oltre che alla religione anche alle tradizioni ed alla vita quotidiana. La Thailandia è un luogo dove anche i colori dell’abbigliamento sono decisi in base al calendario e quindi ogni giorno della settimana ha un suo colore da indossare. Ed era probabilmente un mercoledì quando l’autore ha incontrato e fotografato i venditori su barche e moli, entrambi vestiti di un bel verde. Così si susseguono mercanti, artigiani e particolari etnie ormai relegate a fenomeno turistico di massa. Francesco racconta che “cosi è stato possibile riprendere lo sguardo delle donne giraffa, uno sguardo libero, se pur imprigionato tra anelli metallici.” Nuovi scatti adesso ritraggono la gente comune dai modi sempre gentili ed ospitali. All’improvviso cambia il ritmo della narrazione e prende il sopravvento la vita concitata della modernità dei luoghi: l’ultima immagine mostra infatti alti grattacieli ed un modernissimo ponte. Il viaggio è iniziato con un tradizionale tempio e si è concluso con una moderna città. Quel ponte idealmente diviene l’unione fra moderno e tradizionale. L’autore ha raccontato il suo viaggio provando a seguire un ritmo, quel ritmo ora lento ora frenetico che si lega ai modi concomitanti di vivere in questo luogo.

Attraverso questa mostra sono giunti all’osservatore tanti stimoli visivi, l’immaginazione ha fatto il resto: qui dove gentilezza e sorrisi rappresentano il rispetto altrui; qui dove importantissimi sono anche odori, sapori e suoni, forse un motto thailandese può aggiungere qualcosa alla mescolanza eterogenea di emozioni e sensazioni. Molto spesso si sente dire “Mai Pen Rai”, ossia non importa, lasciati scivolare le cose di dosso, che non vuol rappresentare una cultura menefreghista e superficiale, il loro non fa nulla cela il rispetto per le cose veramente importanti. Lo star bene ed in pace come obiettivo di vita.

Daniela Sidari

La parola all’autore…

La mostra testimonia un viaggio prima sognato, poi vissuto, ora ricordato. La povertà esercita violenza su una bellezza ripristinata da maniere gentili e sorrisi incondizionati. L’occhio del fotografo coglie una realtà che attraversa piani sensoriali diversi: sapori, odori e rumori si fondono in un’armonia difficile da fissare entro i confini di una cornice. Nessuna foto in bianco e nero, perché proprio i colori sono protagonisti di un Paese che penetra nello sguardo a partire dalla sua variopinta concretezza. Basta inoltrarsi nel mercato cittadino o tra i canali del fiume per essere inondati dalle emozioni contrastanti di una Thailandia la cui vera ricchezza è tutta immateriale. Gli scatti hanno colto il movimento, evitando statiche pose, così da mettere in evidenza l’energia della quotidianità di cui il fotografo è stato prima spettatore, poi cacciatore. Cosi è stato possibile riprendere lo sguardo delle donne giraffa, uno sguardo libero, se pur imprigionato tra anelli metallici. Entrando a piedi scalzi nei Templi si ascolta il silenzio o la delicata litania della preghiera, mentre gli scatti mettono a fuoco l’atmosfera mistica tra luci soffuse e monaci colti di spalle nell’isolamento del loro percorso.
Infine, a conclusione della mostra, la tradizione cede il passo alla modernità, tra automobili e palazzi, in un ponte che collega l’antico al più recente.

Francesco Butano