LA NASCITA DI UNA COMMEDIA

MOSTRA FOTOGRAFICA DI

Gianfranco Consiglio

Tra l’esperienza fotografica, intesa come gesto e risultato della pratica fotografica, e l’esperienza teatrale, intesa come vicenda cui dare una vita ed una concreta visibilità – ancor quando risolta nell’effimero tempo della recita – il rapporto dialettico è  stato assai intenso e, per certi aspetti, addirittura fondante per la natura ontologica dell’atto fotografico.
Se proviamo a esaminare, serenamente e semplicemente, la ritualità e la quotidianeità del fotografare, non rinveniamo, forse, un’invenzione teatrale in ogni momento della sua vicenda? Prepariamo la scena, ci mettiamo in posa, assumiamo una fisionomia, c’immergiamo in un’altra esistenza, ci fermiamo a guardarci, ci compenetriamo e, poi, addirittura…. ci ridiamo su.
Roland Barthes e Pirandello, come ricordava Leonardo Sciascia, sovrintendono a quest’esperienza dall’alto del loro pensiero filosofico e teatrale.
Provate a leggere questa considerazione e vi stupirete nell’apprendere il nome dell’ autore: “La fotografia è l’avvento di me stesso come altro ….  un’astuta dissociazione di coscienza di identità …. davanti all’obiettivo, quattro immaginari s’incontrano, si deformano, si affrontano … io sono contemporaneamente quello che io credo di essere, quello che vorrei che si creda che io sia, quello che il fotografo crede che io sia, quello di cui si serve per dimostrare la propria arte.”
Invero, è qui dispiegata l’esistenziale necessità e ragione di far teatro.
Ma c’è di più.
Da qualche tempo, nel tentativo di dar corpo e consistenza culturale (?) alla fotografia si parla dell’esperienza e della pratica fotografica in termini di “performance” artistica  connessa con l’eperienza teatrale.
Sono il primo a riconoscere che il rapporto sussiste e che l’accostamento può dare esiti interessanti. Ma sono anche il primo a ricordare che tante proposte di matrimonio ha ricevuto la fotografia e del suo altezzoso rifiuto ne abbiamo tratto tutti giovamento.

Il nostro Gianfranco non è qui stasera per illustrarci questi misteriosi legami quanto per accompagnarci in un percorso, tutto teatrale, di disvelamento e di agnizione, idoneo a farci penetrare dentro la “necessità” di fare teatro: ovvero convenire all’ascolto e alla visione di quanto accade ad ogni uomo ed a ogni donna e, qui, raccoglierne l’esperienza esistenziale, farne memoria, trasmetterla, renderla comune.

Un impegno da far tremare i polsi anche a chi è bravissimo. Ci si provò il grande Koudelka nella prima gioventù, durante la primavera di Praga, poi quelle immagini staordinarie furono oscurate dagli eventi politici successivi; ci si provò il grandissimo Avedon, penetrando, attraverso formidabili ritratti rivolti alla peculiarità della gente di teatro (attori, intellettuali, tuttofare appassionati e risoluti), personalità e caratteri per carpirne il segreto o la natura di una presunta doppia anima.

Di questi giganti, Consiglio, recupera la lezione del bianco-nero e quella del ritratto colletttivo, anche quello ambientato.
Nella camera con tre pareti, la camera oscura del suo strumento cerca il volto dell’uomo esplorando il ritratto assente; cerca un dialogo di sguardi che è in attesa di una risposta: il Nostro autore recupera il tempo della preparazione, dello studio, della concentrazione, della prova, della fatica e lo accosta a quello dell’aiuto comune, dell’ascolto, del suggerimento, del consiglio, della direzione.
Ci conduce per mano dentro i meccanismi della finzione, dentro la quale, paradossalmente, piazza il suo strumento di verità nuda e cruda.
Ma qui si realizza quel colpo di teatro che scaturisce dall’eterna domanda: quale verità?
Ci piace, allora, che l’Autore, piuttosto che insistere sul gigionismo, sul fascino dell’ambiguità, sull’equilibrismo tra verità e finzione, abbia privilegiato uno sguardo rivolto alla ricerca di una possibile storia, di una vicenda da costruire per questi suoi frammenti di umanità, per questi suoi personaggi.
Sullo sfondo di quest’operazione compaiono allora gli esperimenti fotografici, inarrivabili, di Buscarino e della “nostra” Jessica Hauf, ma tutta l’operazione è un assistere “all’entrata in scena” dove, all’improviso, compare un mio carissimo compagno di avventura e di poesia, Renzo Conti, e, tramite questo riconoscimento, inevitabilmente mi ricollego a suo cugino, Giulio Conti, guarda caso “nostro” compagno di avventura e di poesia, che ci ha lasciato. Mondo piccolo, mondo magico, mondo- teatro!
Stavo tracciando una valida presentazione per il valente Gianfranco e son finito per parlare d’altro.
Via, ma di cosa mi stupisco.
Non lo so da tempo che l’incontro, la sorpresa,  in fotografia, è sempre un “coup de theatre” che attende solo l’applauso per essere condiviso? Ed io l’ho trovato.

Pippo Pappalardo