Un virtuoso percorso di creatività.

L’atto fotografico è un momento creativo che accompagna, chi lo pratica, a scoprire il mondo attorno a sé, perché la scelta visiva compiuta allo scatto richiede una percezione attenta della realtà. Con la passione, fotografare può diventare un linguaggio efficace e necessario col quale raffigurare le nostre esperienze, per noi stessi e per l’eventuale condivisione con gli altri.
Nella vita, però, ci sono momenti in cui quel linguaggio visivo indagatore dobbiamo inevitabilmente rivolgerlo verso noi stessi, perché una vicenda sorprendente ci impone l’esperienza del dolore che, invasivo, assorbe ogni nostra energia.

In quella stagione sofferta scopriamo come la fotografia possa essere anche strumento introspettivo e diventare un linguaggio terapeutico che ci cura.

Quando nel vuoto percettivo della condizione depressiva riusciamo a scattare foto metaforiche che rappresentano a noi stessi quel che sentiamo, allora iniziamo a dialogare con quel dolore che altrimenti si ingigantisce in noi oltre ogni misura, nella stanza buia dell’angoscia in cui siamo precipitati.

Può capitare a ogni persona di trovarsi, in vari modi, in momento difficile come Dante Alighieri “Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita. …”1 e come Ferdinando Pessoa “… Fra me e la vita c’è un vetro sottilissimo. Per quanto nitidamente io veda e comprenda la vita, non la posso toccare. …”2. Di certo ciò è capitato ad Alfio Bottino, lo mostrano le fotografie di questa sua opera “Natura inquieta” che hanno come soggetti “la selva” e “il vetro” (il velo di cellophane)!

La foto introspettiva, per l’autore, ha il senso d’aver colto la misteriosa rappresentazione del proprio dolore sentito in un determinato momento, mentre per noi essa si presenta come un’immagine metaforica del tutto autoreferenziale. L’autoreferenzialità è dovuta alla finzione, scelta dall’autore, che intreccia la visione dell’elemento naturale “la selva” con l’elemento artificiale, la pellicola di cellophane, che da ora in poi chiameremo ”il velo”.

La metafora è una figura retorica comune ai linguaggi visivi e letterari che, in virtù delle sue regole linguistiche operanti nell’immagine, conferisce anche alla fotografia la capacità di condurre il lettore a traslare lo stimolo sensoriale delle “forme” nella percezione mentale di un significato.

La natura della metafora, non dovendo fare i conti con simboli come accade nell’allegoria, è quella di liberare l’interpretazione soggettiva, perché come afferma Francesca Rigotti: “L’immaginazione metaforica conosce ragioni che la ragione non conosce”3.

Con l’opera “Natura inquieta” Alfio Bottino ci presenta il proprio percorso di elaborazione interiore di un trauma realmente vissuto. Un percorso che, nell’opera, è concretamente espresso con la narrazione per immagini metaforiche, le quali, mettendo in relazione iconica cose universali, come la selva e il velo, ci parlano profondamente del dolore che l’inquietudine causa nella persona ferita, qualunque sia la natura del trauma che l’ha prodotta.

Sono immagini sensoriali che ci colpiscono per la presenza ossessiva del velo artificiale che, come un confine invalicabile ma trasparente, ci separa dall’oltre visibile e si impone nell’immagine come filtro interpretativo del paesaggio naturale.

Il ruolo metaforico del velo posto sulla natura è quello di comunicare l’azione invasiva e oppressiva dell’inquietudine che non consente di intrattenere un rapporto diretto e sereno con la realtà. E’ notevole l’ideazione del velo, compiuta dall’autore; una finzione che comunica il senso del confine, imposto dall’inquietudine, e con gli imprevedibili grafismi luminosi conferisce una visione tormentata del soggetto.

La selva è metafora arcaica degli intrecci impenetrabili e delle aperture liberatorie della vita interiore dell’uomo, entrambe presenti nell’attraversare un sofferto percorso esistenziale.

Nell’immagine iniziale dell’albero spoglio e solitario, si intrecciano il lirismo romantico espresso dalla sua nudità, con la presenza fredda e immanente di un corpo estraneo: il velo artificiale che irrompe nella composizione con lo sgarbo della modernità.

La costante visione a fuoco del velo ci porta a leggere una narrazione articolata del senso del “confine”, imposto dalle vicende della vita che si presenta prima invalicabile, poi, gradatamente verso la conclusione, con dei varchi sempre più ampi.

L’immagine della selva ci appare sempre connotata dalla durezza dei violenti bagliori verganti il velo che tormentano la visione di un paesaggio risolto con creatività. Notiamo la modulazione della messa a fuoco e variazione dell’angolo di ripresa che dallo scenario si stringe anche sul frammento, generando così numerosi volti dell’inquietudine.

Ogni immagine è per l’autore un passo compiuto verso il dominio di Sé, perché ha trovato un modo per riconoscere e ridimensionare lo stato d’inquietudine vissuto, dando ad esso un’immagine concreta che riproporziona la penosa angoscia. A un certo punto nella narrazione per immagini appare il mare, intravisto tra i rovi della selva. L’autore sottolinea questa conquista raggiunta, con la frammentazione di una stessa immagine per dare il senso simbolico della preziosa scoperta interiore che profuma di pace dell’anima.

Infine nell’ultima fotografia, Alfio Bottino mostra la metafora della sua attuale condizione interiore che ci parla della selva, del velo, e del mare che appare centrale incorniciato in un intreccio di rami spogli. Un mare che chiama, con il suo immenso spazio ventoso senza impedimenti, aprendo la speranza di raggiungere nuove libertà tutte ancora da conoscere.

Silvano Bicocchi

Direttore del Dipartimento Cultura FIAF

 

 

1 Divina Commedia – Dante Alighieri

2 Il libro dell’inquietudine – Ferdinando Pessoa

3 Metafore del silenzio – Francesca Rigotti

 

 

 BIOGRAFIA di ALFIO BOTTINO

Nato a Catania nel 1967, vive a Ragalna (CT).
Ha sempre portato una macchina fotografica appesa al collo per la passione, da sempre nutrita, per l’escursionismo naturalistico e l’esplorazione urbana.
Nel 2011 approda al Gruppo Fotografico Le Gru di Valverde; predilige una fotografia a servizio del racconto di storie di uomini, inserendone aspetti concettuali in chiave surreale.
Tra i suoi lavori: “Pendolari della F.C.E.”; “Storie d’Amore”; “Gela 10 luglio 1943”; “ Il Viag-gio “; “ I Binari del Tempo “; “ Everyone’s an Angel “; Allo stato attuale è in piena attività fotografica amatoriale.